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Ora non capisco se il discorso sul sergente abbia a che vedere con l’osservato e l’osservatore, due parole che mi sono venute in mente ma che non colloco nel discorso, non riesco io. Quindi nella ricapitolazione devo scoprire come ho fatto ad accettare i fatti? Le ragioni che ho trovato? Non mi sono ancora rassegnata al fatto che faccio fatica a capire |
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Definirei insomma la rassegnazione come una forza che spinge in un senso diverso rispetto alla nostra volontà. Se invece le due cose coincidono? Nel caso in cui sono costretto a fare una cosa, ma al tempo stesso sono io il primo a volerla (ad esempio vedo una macchina in panne per strada e mi fermo a soccorrerla come vuole il codice della strada) non ci vedo rassegnazione, semmai il desiderio di aiutare qualcuno in difficoltà. Vedo invece la rassegnazione come una presa di coscienza importante e come un moto iniziale verso la Volontà. Chi non si è mai rassegnato non credo sappia volere veramente. Una volontà che per essere tale non deve mirare a soddisfare i nostri desideri egoistici ma deve rispondere ad una volontà più grande. All'inizio è la nostra impotenza ad imporcelo, poi può diventare un atto volontario. |
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Saper volere implica anche saper dirigere la volontà, mentre l'ostinazione spesso è la schiavitù della volontà a desideri imposti da bisogni. |
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Rassegnarmi può farmi fermare il volere che ho per una cosa, ma la volontà rimane intatta, ovviamente poi abbiamo vari gradi di volontà, quasi come se il volere si riassorbisse, si rimettesse in riga all'interno della volontà, in attesa di essere ridiretto in modo più efficace. |
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E trovo veritiera questa frase di Ray, in effetti guardandomi dentro non riesco a rassegnarmi nella mia vita ad una vicenda perchè dietro esiste proprio un bisogno. Smettere di volere mangiare e di procurarselo quindi rassegnarsi a non mangiare è come volere la propria morte, dietro c'è il bisogno naturale di alimentarsi per sostentamento, non posso rassegnarmi a non mangiare a meno che abbia accettato di soffrire e di morire. Eh ragazzi mi spiace io ho la mia mentinaicon_mrgr: e con questa ragiono quando sono sola non ho altro.icon_mrgr: |
Io vedo nella rinuncia un atteggiamento di chiusura... forse per paura... il che non significa che si è smesso di sperare, ma che non ci si vuole più mettere in gioco.
Penso invece che la rassegnazione possa portare all'accettazione. E l'accettazione non è sicuramente chiusura. |
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La rassegnazione si rende necessaria, anche per quel millesimo di secondo, qualora non si possa vivere con distacco gli eventi che accadono. Anche in questo senso si può intendere dirigere la volontà, cioè nel non oppormi. Se la rassegnazione, da ciò che vien fuori dalla discussione e che condivido, è un modo per mollare e mettersi dalla parte dell'osservatore imparziale di modo da poter comprendere ed accettare (l'accettazione comporta comprensione che comporta sofferenza, perchè bisogna rassegnare le idee preconcette, spesso), chi vive "schivando gli eventi" o "cavalcando l'onda" non ha bisogno di mettersi nella condizione di .. ma è in una condizione di favore sempre, non è il soldato che sono i rassegnati ma semmai rassegna, è il generale. In un certo senso se quello che dici tu è che il rassegnato è costantemente in una situazione di rassegn-azione vuol dire che è sempre in attenzione e non ha bisogno di un'evento esterno. Allora, per rimettere insieme ciò che sto dicendo che temo sia esposto poco chiaramente, trovo vero ciò che dici se lo vedi come una situazione di costante osservazione, non lo trovo più vero se lo vedi come un passaggi necessario all'accettazione. |
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Una sorpresa vera, qualcosa a cui non sono preparato, mi mette magari per un attimo in opposizione. Questo a meno di riuscire a mentenermi sempre fluido e quindi in grado di accogliere la realtà nel mentre che mi si propone e non in differita, come facciamo sempre (cosa collegata al discorso di Luke nel tread sul dormire). Insomma dovrei stare sempre nell'attimo. Invece andiamo in opposizione, poi stabiliamo che ci va bene quella cosa, e ci rassegnamo a cambiare la mappa di realtà che stiamo usando per poter far entrare la novità e accettarla. Per accettare deve entrare, rassegnarmi e mettermi nella condizione di far entrare, ossia smettere di opporsi. |
Messa così, quel che capisco io è che il tuo "opporsi" appare un'elaborazione dei dati in entrata e l'uscita decodificata degli stessi. Insomma la scelta.
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Perdonatemi, ma io vedo la rassegnazione non solo verso una novità, ma soprattutto verso quello che non si può cambiare. Se mi accadono certe cose nella vita, se il mio lavoro è quello volente o nolente, mi devo rassegnare...
Certamente se lo volessi potrei licenziarmi (è solo un esempio, in realtà il mio lavoro mi piace) ma se lo farei andrei a peggiorare la situazione. Quindi vedo la rassegnazione come il male minore, e sono d'accordo che deve passare per l'accettazione, almeno si vive meglio perchè ci si è fatti una ragione. Quindi la rassegnazione è accettare quello che non si può cambiare, come dice la frase: "Signore,concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di conoscerne la differenza". |
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