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griselda 10-02-2010 19.20.44

Citazione:

Originalmente inviato da Uno (Messaggio 80502)
E poi pensa al sergente che è sia quello che guarda che quello che sta in fila.
Ha solo qualcosina in comune con la ricapitolazione, ma sono profondamente diverse soprattutto per quanto riguarda il moto, la rassegnazione parte dal profondo e va in superficie, la ricapitolazione al contrario.

Cosa mi spinge rassegnarmi? Il non avere alternative, perché sino a che penso di averne anche una piccola, piccola, combatterò. Se non ho alternative devo collocare quello che sento, provo con quello che sono i fatti. In pratica devo trovare una ragione, ai fatti, che mi permetta di mettermi il cuore in pace. Quando l’ho trovata riesco ad accettare i fatti.
Ora non capisco se il discorso sul sergente abbia a che vedere con l’osservato e l’osservatore, due parole che mi sono venute in mente ma che non colloco nel discorso, non riesco io.
Quindi nella ricapitolazione devo scoprire come ho fatto ad accettare i fatti? Le ragioni che ho trovato?
Non mi sono ancora rassegnata al fatto che faccio fatica a capire

Kael 11-02-2010 00.49.45

Citazione:

Originalmente inviato da Ray (Messaggio 80495)
Son solo parole fino ad un certo punto. La questione è irrilevante per quanto riguarda il problema inerente la rassegnazione, però è interessante a livello osservativo e credo abbia una valenza per la comprensione completa di tutto il processo.

Concordo sulla non necessità della rassegnazione di fronte ad una cosa che coincide con la tua volontà, ma l'esempio non era esattamente così. Il quid è l'elemento novità, che implica necessità di cambiamento.

Se io voglio un milione e te lo vengo a chiedere sono già pronto al cambiamento e quando me lo dai salto a piè pari anche l'opposizione, oltre alla rassegnazione.
Se invece io non sono pronto e tu me lo offri, mi poni di fronte ad una richiesta di cambiamento. Non c'è una mia volontà pregressa, ma solo la possibilità di accordare la mia alla tua. Quindi passo per un millesimo di secondo per l'opposizione, che risolvo decidendo di volere anch'io quella cosa, mi rassegno al cambimento, magari con entusiasmo, e accetto il tutto.

Ok, ripeto, al lato pratico chissenefrega di questi particolarismi, ben venga il milione. Ma mi interessa stabilire se nel processo di accettazione di una novità/cambiamento si debba per forza passare per la rassegnazione, magari senza accenderla o se si possa invece percorrere altre strade (se ho centrato il problema in discussione).

L'esempio del milione era perchè quasi tutti penso almeno una volta nella vita abbiano fantasticato su cosa ci farebbero. Ma anche nel caso di una novità non immaginata a priori secondo me, dopo l'iniziale opposizione, la si valuta e se positiva la si sposa senza doversi rassegnare. Il tutto chiaramente se si ha libertà di scelta, se la scelta è forzata ci si deve rassegnare.

Definirei insomma la rassegnazione come una forza che spinge in un senso diverso rispetto alla nostra volontà. Se invece le due cose coincidono? Nel caso in cui sono costretto a fare una cosa, ma al tempo stesso sono io il primo a volerla (ad esempio vedo una macchina in panne per strada e mi fermo a soccorrerla come vuole il codice della strada) non ci vedo rassegnazione, semmai il desiderio di aiutare qualcuno in difficoltà.

Vedo invece la rassegnazione come una presa di coscienza importante e come un moto iniziale verso la Volontà. Chi non si è mai rassegnato non credo sappia volere veramente. Una volontà che per essere tale non deve mirare a soddisfare i nostri desideri egoistici ma deve rispondere ad una volontà più grande. All'inizio è la nostra impotenza ad imporcelo, poi può diventare un atto volontario.

Kael 11-02-2010 00.57.06

Citazione:

Originalmente inviato da dafne (Messaggio 80497)
:U scusate, mi spiegate la differenza, allora, tra rassegnazione e rinuncia?

Come ho detto prima secondo me nella rassegnazione vado in un verso differente rispetto a quello in cui mi spingerebbe la mia volontà, mentre nella rinuncia semplicemente smetto di volere (cosa che sembra facile, in realtà penso che pochi sappiano rinunciare veramente, senza alimentare neanche la più piccola speranza sotterranea o inconscia)

Ray 11-02-2010 10.18.30

Citazione:

Originalmente inviato da Kael (Messaggio 80513)
Chi non si è mai rassegnato non credo sappia volere veramente.

Ecco, questo è un punto importante (al di là della nostra discussione sul milione, che sta diventando tediosa) che apre nuove strade.
Saper volere implica anche saper dirigere la volontà, mentre l'ostinazione spesso è la schiavitù della volontà a desideri imposti da bisogni.

luke 11-02-2010 12.46.26

Citazione:

Originalmente inviato da Ray (Messaggio 80522)
Ecco, questo è un punto importante (al di là della nostra discussione sul milione, che sta diventando tediosa) che apre nuove strade.
Saper volere implica anche saper dirigere la volontà, mentre l'ostinazione spesso è la schiavitù della volontà a desideri imposti da bisogni.

Io avevo pensato, ma può essere una sciocchezza, che c'è la volontà che è un pre-volere, un propellente per il volere, un pò come la lampada e la luce, dalla lampada(volontà) parte la luce (volere).
Rassegnarmi può farmi fermare il volere che ho per una cosa, ma la volontà rimane intatta, ovviamente poi abbiamo vari gradi di volontà, quasi come se il volere si riassorbisse, si rimettesse in riga all'interno della volontà, in attesa di essere ridiretto in modo più efficace.

griselda 11-02-2010 13.46.42

Citazione:

Originalmente inviato da Ray (Messaggio 80522)
Ecco, questo è un punto importante (al di là della nostra discussione sul milione, che sta diventando tediosa) che apre nuove strade.
Saper volere implica anche saper dirigere la volontà, mentre l'ostinazione spesso è la schiavitù della volontà a desideri imposti da bisogni.

Trovo un po' improbabile che qualcuno non abbia mai provato nella vita la rassegnazione.
E trovo veritiera questa frase di Ray, in effetti guardandomi dentro non riesco a rassegnarmi nella mia vita ad una vicenda perchè dietro esiste proprio un bisogno. Smettere di volere mangiare e di procurarselo quindi rassegnarsi a non mangiare è come volere la propria morte, dietro c'è il bisogno naturale di alimentarsi per sostentamento, non posso rassegnarmi a non mangiare a meno che abbia accettato di soffrire e di morire.
Eh ragazzi mi spiace io ho la mia mentinaicon_mrgr: e con questa ragiono quando sono sola non ho altro.icon_mrgr:

Falketta 12-02-2010 12.15.49

Io vedo nella rinuncia un atteggiamento di chiusura... forse per paura... il che non significa che si è smesso di sperare, ma che non ci si vuole più mettere in gioco.
Penso invece che la rassegnazione possa portare all'accettazione. E l'accettazione non è sicuramente chiusura.

Sole 13-02-2010 12.07.43

Citazione:

Originalmente inviato da Ray (Messaggio 80495)
Ma mi interessa stabilire se nel processo di accettazione di una novità/cambiamento si debba per forza passare per la rassegnazione, magari senza accenderla o se si possa invece percorrere altre strade (se ho centrato il problema in discussione).

Non è detto. Se passo per la rassegnazione è perchè c'è un'opposizione da parte mia alla novità, ma non è detto che ci debba essere per forza. Lo si è detto già sopra. Per cui il cambiamento potrebbe non necessariamente farmi partire il processo di opposizione.

La rassegnazione si rende necessaria, anche per quel millesimo di secondo, qualora non si possa vivere con distacco gli eventi che accadono.

Anche in questo senso si può intendere dirigere la volontà, cioè nel non oppormi.
Se la rassegnazione, da ciò che vien fuori dalla discussione e che condivido, è un modo per mollare e mettersi dalla parte dell'osservatore imparziale di modo da poter comprendere ed accettare (l'accettazione comporta comprensione che comporta sofferenza, perchè bisogna rassegnare le idee preconcette, spesso), chi vive "schivando gli eventi" o "cavalcando l'onda" non ha bisogno di mettersi nella condizione di .. ma è in una condizione di favore sempre, non è il soldato che sono i rassegnati ma semmai rassegna, è il generale.
In un certo senso se quello che dici tu è che il rassegnato è costantemente in una situazione di rassegn-azione vuol dire che è sempre in attenzione e non ha bisogno di un'evento esterno.
Allora, per rimettere insieme ciò che sto dicendo che temo sia esposto poco chiaramente, trovo vero ciò che dici se lo vedi come una situazione di costante osservazione, non lo trovo più vero se lo vedi come un passaggi necessario all'accettazione.

Ray 13-02-2010 14.23.12

Citazione:

Originalmente inviato da Sole (Messaggio 80588)
Non è detto. Se passo per la rassegnazione è perchè c'è un'opposizione da parte mia alla novità, ma non è detto che ci debba essere per forza. Lo si è detto già sopra. Per cui il cambiamento potrebbe non necessariamente farmi partire il processo di opposizione.

Grossomodo concordo (anche sul resto). Il fatto è che quando mi trovo di fronte alla necessità di un cambiamento, e anche una novità positiva me lo impone, o sono preparato o passo per l'opposizione. E, se sono preparato, vuol dire che ci sono già passato, seppure a livello immaginativo, quando non ero ancora sicuro che quella novità si presenti, ma ho fatto spazio, ho reso fluida la parte che la dovrebbe accogliere.

Una sorpresa vera, qualcosa a cui non sono preparato, mi mette magari per un attimo in opposizione. Questo a meno di riuscire a mentenermi sempre fluido e quindi in grado di accogliere la realtà nel mentre che mi si propone e non in differita, come facciamo sempre (cosa collegata al discorso di Luke nel tread sul dormire). Insomma dovrei stare sempre nell'attimo.
Invece andiamo in opposizione, poi stabiliamo che ci va bene quella cosa, e ci rassegnamo a cambiare la mappa di realtà che stiamo usando per poter far entrare la novità e accettarla.

Per accettare deve entrare, rassegnarmi e mettermi nella condizione di far entrare, ossia smettere di opporsi.

Sole 13-02-2010 16.24.31

Messa così, quel che capisco io è che il tuo "opporsi" appare un'elaborazione dei dati in entrata e l'uscita decodificata degli stessi. Insomma la scelta.

stella 14-02-2010 15.32.45

Perdonatemi, ma io vedo la rassegnazione non solo verso una novità, ma soprattutto verso quello che non si può cambiare. Se mi accadono certe cose nella vita, se il mio lavoro è quello volente o nolente, mi devo rassegnare...
Certamente se lo volessi potrei licenziarmi (è solo un esempio, in realtà il mio lavoro mi piace) ma se lo farei andrei a peggiorare la situazione.
Quindi vedo la rassegnazione come il male minore, e sono d'accordo che deve passare per l'accettazione, almeno si vive meglio perchè ci si è fatti una ragione.
Quindi la rassegnazione è accettare quello che non si può cambiare, come dice la frase:
"Signore,concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di conoscerne la differenza".


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