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Sta qui tutto il discorso in realtà e non sto parlando di me. Se a furia di esperire osservando e riosservando e stando attenti alla fine quella cosa diventa parte di te e non hai più bisogno del racconto ma porti la conclusione che non vuol dire portare teoria. Pitagora prima di formulare il teorema si è sforzato e ha pensato e ha sofferto e poi si è espresso con il teorema. Ma lasicamo perdere adesso tutto questo, torneremmo solo sul punto se va bene raccontare o meno e abbiamo già chiarito la cosa. Il punto è se valga la pena sforzarsi di tentare di esprimere conclusioni anche opinibali... o perchè no, ottime. Non son d'accordo sulla questione della personalità ma per adesso preferisco tralasciare questa parte. Per rispondere a Ray, servono ad andare oltre. |
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No adesso non ti seguo più :U Se non esprimiamo conclusioni non si pone il problema di personalizzarle o meno, non si fà punto. |
Intendevo dire che varrebbe la pena sforzarsi di trattenere il racconto di un esperienza personale a favore delle conclusioni che se ne traggono, il che pone chi si esprime anche a critiche o contestazioni, insomma esprimendo una conclusione si rischia di sbagliare ma ci si mette anche maggiormente in gioco, ci si espone e si "rischia" di imaparare altro. Invece con: per me è così, per me è andta così, io ho vissuto questo, io ho fatto questo ed è andata così ecc ecc.... i giochi sono chiusi. Mettersi in gioco in questo modo vuol dire anche essere costretti in un certo senso, ad iniziare a capire realmente i vari "come" sempre più meno soggettivamente, cioè non è più: io ho fatto così, ma si fa così.
A me ha colpito moltissimo la tua conclusione... (:H) sul fatto che personalizzare sempre sia un modo in fondo per proteggersi da critiche e chiudere il discorso entro i propri parametri, possesso e controllo aggiungerei io. Se invece ci si sforza di tirare fuori il concetto o il senso dalla propria esperienza e lo si espone in un dialogo generale, ma anche approfondito, con altri allora ci si mette in gioco con i propri limiti. So che può sembrare che aprirsi sia solo raccontare ma come evidenzi tu (Dafne) già da prima se ci si pensa meglio è un bel chiudersi nelle proprie posizioni. E cosa c'è di peggio epr rimanere ancorati e non muoversi? In questo senso il racconto fuori dalla sua dimora naturale è un bisogno da soddisfare. Non sempre e non dovunque questa resta sempre chiaro, da ora in poi lo sottointendo, non voglio doverci tornare (si vede tanto che mi sto difendendo soio.gif ???). Vorrei sottolineare che io non sono indenne da certi aspetti e che mentre scrivo sto imparando parecchio di questa cosa. |
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A mio modesto parere, va bene partire da un'esperienza personale se si vuole arrivare ad un argomento, ad esempio perchè si sente che in quell'esperienza c'è qualcosa di importante che da soli non siamo riusciti ancora a tirare fuori.
Se invece si parla già di un argomento a carattere generale, riportare sempre sul personale crea un circolo pericoloso dal quale è difficile uscirne, benchè in certi casi possa essere utile anche questo. Se ad esempio si sta parlando di proiezioni ed io racconto una mia esperienza, o conosco benissimo le proiezioni e so che quell'esperienza è un esempio utile per il discorso, oppure c'è il rischio che in quell'esperienza oltre alle proiezioni ci sia dell'altro (direi che siamo talmente complessi che è inevitabile) e questo allarga l'ambito del discorso anzichè ridurlo, impedendomi così di mettere "a fuoco" l'argomento proiezioni. Insomma la vedo come concentrazione ed espansione, sono utili entrambe, ma bisogna sapere quando serve una e quando serve l'altra. Concentrarsi sull'espansione o "espandersi nella concentrazione" è roba da Maestri.... |
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Hai toccato il punto saliente del discorso che oltretutto ho cercato di analizzare per trovare anche io un'alternativa perchè spesso non ne esco altrimenti. Posso anche imputare semplicisticamente alla mia mente lenta/pigra/non abitata al ragionamento quello che vogliamo e mi ci alleno anche per provare a fare diversamente ma mi perdo anche se Ray una volta ha cercato di spiegarmi come fare mi perdo e dopo un po' come ho già detto mi arrabbiat:e smetto poi riprendo per me è così con tutto non mollo mai però. Ed ho visto che quando penso mi si possa togliere anche questa sola unica opportunità che per ora ho così la vivo, mi sale la paura di essere tagliata fuori di non avere più nemmeno quella possibilità. Quote:
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Ho detto "se è roba mia me la puoi contestare fino a un certo punto" non "se è roba mia non me la puoi contestare". Certo che c'è il rischio del possesso e del controllo e di sperdere il senso, perdersi nell'obbiettivo ma essere sempre tendenzialmente asettici esercita una stessa forma di controllo e possesso. Se è roba di tutti me la puoi contestare fino ad un certo punto..anzi...non la puoi contestare affatto. Qual'è il vero problema? (parlo con te Sole per la citazione specifica e perchè sono sicurissima che ti sei messa in gioco con tutta te fiori.gif ) Perchè se io personalizzo tantissimo e tu spersonalizzi tantissimo se abbiamo una conclusione.. una conclusione è, da spiegare coi disegnini o con le cifre poco importa. Ho scritto e cancellato e alla fine di serio mi rimane solo da dire che approcci diversi generano attriti più o meno forti. Io ho solo me stessa come esperienza perchè sono ebete e in tanto tempo che avevo non ho mai approfindito studiando ma solo sperimentando...mentalmente. Peccato che il bacino mentale delle sperimentazioni non sia infinito :( e neanche il luogo più adatto. Che voglio dire? Che stiamo parlando del sesso degli angeli secondo me e che semplicemente, banalmente, ci sono argomenti che necessitano di un approccio più "scientifico", tanto per non urtare la sensibilità di nessuno e argomenti più "empirici". Lo sforzo di comprendere tutte le persone che vi si approcciano in modo più o meno corretto non può che arricchirci. La via di mezzo è questa secondo me, uno sforzo attivo da entrambe le parti. Tutto il resto è fuffa di immagine personale, potere, capacità e bisogno di ragione...e tutte le menate che ci van dietro. Le ho tutte se serve faccio una ventina di post di autosservazione su questo icon_mrgr: abbraccio: dai gioco, alle volte serve pure quello. Concludendo laughing7: le esperienze personali possono essere un fantastico bacino di autosservazione ma vanno comunque arginate al minimo indispensabile nei percorsi ragionati che abbiano come obiettivo un valore universale. Và? |
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Se le conclusioni servono solo a passare oltre all'esperienza allora capisco il dibattito e il dilemma. Secondo me dovrebbero servire per poterle applicare ad altro. Da un'esperienza tiro fuori qualcosa di più generico che poi mi serve per altre esperienze che, alla luce di quella di prima, saranno diverse e milgiori. Ecco che quindi servono tutte e due le cose. |
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Non voglio togliere a nessuno la sensazone di potersi esprimere liberamente.
Purtroppo siamo fermi ad un punto morto e giriamo intorno a quello. Io ho già risposto diverse volte alla questione del personale o sul mio personale. Se mi serve lo uso come l'ho usato quando mi è servito. Se non mi serve non devo dare da mangiare a nessuno e non devo dimostrare di poterlo o volerlo usare a nessuno. Purtroppo non sono in grado di comunicare o veicolare quel che volevo in questo momento. Magari più avanti ci possiamo tornare. Questo non vuol dire che smettiamo di discutere, ma di girare a vuoto sullo stesso punto si. Almeno per adesso e almeno per me. |
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La verità è che avevo paura delle reazioni possibili e quindi così è stato. La concentrazione su un punto in un discorso generale è fondamentale per poterne vedere tutte le sue parti sia con l'aiuto della propria esperienza e sia utilizzando immaginazione e ragionamento. Quando si usa solo la propria esperienza non si potrà vedere più angolazioni del problema che è il generale e si rischia appunto di vedere altro. Lo sforzo di cui sparlavo era la concentrazione. |
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Sono d'accordo con tutto quello che hai scritto nel post, ma penso che questa prima parte, che pare passata inosservata sia da mettere in evidenza. La vedevo più come una questione di tempo e luogo, ma è perfetta anche vista cosi... concentrazione ed espansione. Citazione:
Per passare oltre intendo che se anche nella strada arriva un'esperienza diversa nella forma ma non nella sostanza, la si attraversa senza problemi, è risolta, "chiusa" , e mi pare che se le parole son diverse intendiamo più o meno la stessa cosa... ci penso. :C: |
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Se da un'esperienza traggo un insegnamento, più riesco a generalizzarlo, a coglierne il succo, più potrò applicarlo ad altro, anche molto diverso, anche nuovo... che però affronterò alla luce di quell'insegnamento. Ma questo lo posso fare tanto quanto riesco a scandagliare nel profondo la mia esperienza. |
Possiamo fare nostra l'esperienza altrui?
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Ci devono essere dei punti di contatto comunque, delle caratteristiche di somiglianza, se non ho mai schiacciato il dito nella portiera a mia suocera non saprò cosa si prova ma se ho desiderato di lasciarla chiusa nello sgabuzzino al buio posso trovare la medesima spinta diavolo.g: Se non ho una suocera posso immaginarmi la migliore amica del moroso ma man mano che i punti di contatto diminuiscono devo fare un lavoro di astrazione per entrare nel sentire altrui. |
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Però se abbiamo fatto lo stesso errore o abbiamo subito la stessa sorte confrontarci può aiutare a vedere meglio. A trovare soluzioni magari diverse e soggettive ma che partono dall'aver condiviso. |
Quindi mi pare che siamo concordi nel dire che l'esperienza non si può passare, ne ricevere in maniera integrale e conforme all'originale.
Siamo pure concordi nel dire che comunque qualcosa di una esperienza può essere veicolato verso altri, e qui entra il discorso in oggetto. Ci sono due soggetti: colui che racconta e colui che ascolta. Quello che ascolta sempre raffronterà a se stesso ciò che sente, è nella natura umana. Se io dico a Caio che il sole scalda e Caio abita al polo nord è un discorso, se Caio abita ai tropici è un altro discorso. Quindi colui (Tizio) che racconta può veicolare che da una certa sensazione di temperatura sul suo corpo, lui ha verificato che al sole questa temperatura aumenta. questa è l'unica cosa oggettiva che può essere veicolata e che tutti a prescindere da dove si trovano possono riscontrare in se, che abbiano già avuto una esperienza simile o che debbano ancora farla. Se poi Tizio aggiunge che era ai tropici e si è preso una insolazione, o che era al polo e non essendo vestito abbastanza si è comunque preso un congelamento.... questo non sarà valido per tutti e non sarà assimilabile da tutti... anzi Caio ai tropici potrebbe voler sperimentare il congelamento, ma non poterci riuscire mai, in ogni caso non avrà colto il fulcro. Detta in sintesi, parafrasando la famosa storia del dito e della Luna, se uno si fissa a guardare il dito non ci puoi fare nulla, ma se gli ficchi un dito nell'occhio potrà vedere solo quello per forza. In quel caso non gli stai mostrando la Luna, ma gli stai mostrando te stesso. Viceversa se quello che osserva si imbambola a guardare il tuo dito anche se cerchi di nasconderlo il più possibile, è lui che vuole vedere te e non gli interessa nulla della Luna. Tutto questo quando c'è già una Luna vista. Se invece parliamo di esperienze parziali, per esempio di chi sta imparando ad alzare il dito per puntare lo sguardo alla Luna, il discorso cambia. In quel caso anche vedere il dito e come si muove può essere di aiuto sia per chi parla che per chi ascolta. |
Quindi c'è una sorta di fulcro, di succo del'esperienza che e ciò che dovremmo in ogni caso cercare di cogliere, anche se le caratteristiche e le peculiarità della persona che l'ha vissuta sono diverse dalle nostre.
Una volta colto il succo allora poi potremmo "cucinarcelo" come siamo in grado di fare grazie alle nostre caratteristiche. Forse è meno facile di quanto sembri, compiere un'analisi che apparentemente generalizza l'esperienza, ma che poi in realtà entra dritta nel vivo. |
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Meglio tardi che mai? ;) fiori.gif |
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