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Citazione:
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Vedi...subito ho pensato che sei fortunata! Ammiro ancora una ragazza con i capelli lunghi, se poi sono lunghissimi mi giro pure a guardarla senza problemi...
Grazie Edera Scusa aggiungo ora, inserisci pure se ti va un tuo ricordo. |
L'inizio della scuola media aveva coinciso con un gran brutto periodo, che in effetti segnò la fine del vero paradiso, quello incontaminato che durò fino ai dieci anni, tempo in cui facevo la spola tra una nonna e l'altra, tra le amiche e le sorelle. Tempo in cui mia madre non lavorava, in cui parlavo con i fiori, e poi c'erano le signorine, e la ricostruzione del pavimento stradale, e non avevo fin lì conosciuto ne perso la tremenda guida spirituale.
Non abitavamo ancora la casa col giardino che mi vide a dodici anni riunita definitivamente alla mia famiglia e sotto la guida della nonna paterna il breve tempo che mia madre mancò da casa. Ma in effetti vi era una differenza nel modo in cui mi estraniavo seguendo il gioco , perchè diverso dev'essere stato per forza il mio atteggiamento verso la vita. Prima avevo solo voluto accennare al fatto che la madre di mia madre si ammalò, che coincise proprio con l'anno in cui entrai alle Medie. Avevamo lasciato la casa col terrazzo dove annaffiavo i fiori, e con le signorine, e già mi dispiaceva, ma avevo trovato nuovi amici. Il fatto è che subito dopo come un fulmine a ciel sereno la nonna fu operata al seno. Non sapevo esistessero le malattie, ne che una donna potesse essere mutilata a quel modo. Vidi ogni cosa, la nonna cercava conforto in me, non voleva rattristarmi, semplicemente condivideva accettante. Le avevano salvato la vita diceva, ma non poteva nascondermi i dolori di un intervento che allora era molto invasivo. Del resto dormivo nel suo stesso letto, non c'erano due stanze, condividevamo tutto da sempre; era più facile che mi facesse partecipe. La notte non dormivo, sia perchè lei non sopportava nessun movimento del letto, sia perchè la mia mente e il mio cuore erano trafitti e letteralmente in allarme rosso. Ero spaventata a morte, fu un day after, un pensiero ossessivo senza tregua per molto tempo e che in seguito affiorava all'improvviso. Ogni mattina l'aiutavo a lavarsi, a infilarsi i vestiti, guardavo lei che aveva risolto con un piccolo cuscino dentro il reggiseno, lei che forse dava un significato meno grave a tutto ciò mentre invece per me era una cosa orribile la ferita. Era una donna ordinata, maniaca della pulizia purtroppo, e avendo ora poca forza nel braccio destro, dovevo farle delle cose, nel modo maniacale con cui le faceva lei: quindi mi controllava passo passo. Fu davvero dura per entrambe e sebbene mio padre volle che andassi definitivamente con loro solo per un pregiudizio nei confronti della malattia, in effetti mi sollevò da un clima che sicuramente mi avrebbe fatto molto più male. Non la abbandonai, posso immaginare che per lei fu un dolore aggiunto non avermi più, meglio che non ci penso, ma le cose andarono così. Da diverse angolazioni ognuno risulta avere le proprie ragioni. Fui felice di andare nella famosa casa con le mie sorelle e mio fratello, e mio padre, e mia madre che veniva ancora solo a fine settimana. Ebbi anche molto lavoro in più insieme alle tante opportunità interessanti che presi pienamente come ho già descritto, ma lo struggimento verso la nonna e verso me stessa che di sicuro avrei patito come lei prima o poi,non credo siano mai passati, e sono ancora quì. Non mi impedirono di continuare la mia ricerca del piacere, ma è probabile che mi sia attaccata ancor di più alla strada della alienazione dalla realtà. Non mi sento nemmeno di dire che fu negativo, che fu deleterio, perchè si potrebbe dire, visto che ancora oggi mi considero una grande disadattata. In effetti il gioco che mi fu concesso pur in mezzo a tante responsabilità prematuramente, fu, ne sono certa, la mia salvezza, e non avevo nessuna intenzione di mollare se mia madre non mi avesse fatto la guerra, se la signorina R non mi avesse indotto al dovere moralisticamente man mano che crescetti. Insomma era per dire peccato che non potei trasformare le mie virtù di bambina avvezza alla gioia e al gioco, in qualità di un'adulta allo stesso modo felice di esserlo. |
Citazione:
Preferisco leggere i tuoi, hanno un che di sogno in cui ritrovo qualcosa di me.:) |
Citazione:
Dev'essere una bella sensazione portare sulle spalle una bella chioma fluente. ;) |
Il tesoro
Uno sguardo veloce all’obiettivo di questo scritto. Prendere contatto con la parte di me che sapeva godere, e reagire alle contrarietà della mia piccola esistenza, quando i processi sono molto più spontanei, naturali, e quando vi è linearità tra pensiero e azione.
C’è anche un altro motivo, oltre al terzo cioè il piacere di raccontare, di cui non ho ancora parlato specificatamente e che mi sta molto a cuore: scoprire chi abitava dentro di me fin da subito. In passato c’erano due tipi di sogno che mi davano turbamento e stupore. Beh gli incubi miei sono ormai noti. Invece i sogni straordinari , che non mi accadono da un po’ erano quelli in cui mi apparivano delle intere collezioni artistiche di abiti, scarpe e indumenti da sera. Intere collezioni di modelli inediti straordinariamente belli e originali, sia per i tagli che per i materiali e i colori con cui erano di un colpo realizzati. Vedevo solo la fase finale, della sfilata, oppure erano in stand, allineati e appesi ed io li scoprivo con meraviglia e avrei voluto possederli tutti. Capi esclusivi solo per donna. Ho letto in un libro moderno di sogni la pagina presa da di Freud, dove si racconta di come un paziente avesse sognato qualcosa che era lontano dalla sua portata e conoscenza, ma si scopre poi che lo stesso paziente molto tempo prima era passato in quel luogo, letto una scritta , e l’inconscio ora lo tirava fuori. Una sorta di dimostrazione scientifica. Naturalmente non lo citava come unico modo per spiegare i sogni strani. Era una parentesi perché avrei voluto affermare con assoluta certezza che quegli abiti non li ho mai visti nella realtà, nemmeno le scarpe, ma non so se posso; io credo ancora che sia così. E’ chiaro che si attinge dalle cose preesistenti, tutta la creatività e l’arte sono così, però mi colpiva la varietà e la ricchezza dei manufatti. Ora poiché non ho mai studiato come stilista di moda, ne coltivato particolarmente l’acquisto di riviste specializzate, mi sono sempre chiesta se queste immagini mi potessero arrivare dall’esterno, domanda alla quale non mi ha potuto rispondere nessuno di quelli ai quali ho chiesto. Questo stilista dentro di me c’è stata per molto tempo, e se avessi potuto registrare le immagini dei mie sogni sarei diventata sicuramente famosa. Ricordavo i modelli solo per pochi secondi o qualche minuto dopo il risveglio , ma poi si dileguavano con mio grande rammarico. Un mistero per me , che non ho mai potuto capire. :er: :er: Allora vado ai ricordi, ripasso le strade percorse e torno ancora nella casa col giardino e al lato est, l’ultimo dei quattro di cui non ho ancora parlato. Magari lì trovo qualche altra indicazione. Questo lato dava sui tetti delle case dei vicini, più basse, quasi tutti un pò a spiovere, poco perché non nevica , e con le tegole segnate dal tempo e a volte da macchie verdi di muschi in inverno; anche nelle tegole vedevo vita come nelle pianterelle erbose dei vasi della nonna P e mi ci incantavo... Questo lato della casa dava con finestre e le due porte agli estremi, per tutta la sua lunghezza in un balcone terrazzo, in parte infilato nella parte finale del tetto della casa vicina, in parte con ringhiera di ferro. Situazione di per se intrigante per me. La varietà di ogni cosa mi ispirava meglio per gli impianti di paradisi sempre nuovi. Non sto a descrivere tutte le capanne che vi istallai appendendo coperte e tovaglie nei fili della biancheria che erano anche alti sulla ringhiera. Comari e comarelle ci era naturale simulare scene di vita quotidiana, con i vari personaggi di adulti interpretati da noi sorelle nelle ore meravigliose nelle quali restavamo incustodite. Ormai lascio immaginare questo tenere indaffarata me e le altre. Questo per tutti i tre anni che vi abitammo, sempre dai miei dodici ai quindici anni. Ma ricordo non troppo dopo il nostro arrivo, i miei occhi andavano in un lucchetto che chiudeva una porticina in quel pezzo di terrazzo che si infilava dove anche il nostro tetto andava a scemare sul terrazzino, che mi faceva pensare a qualcosa da esplorare. Un giorno ebbi tempo per toglierlo il lucchetto, avrò staccato le viti, non so…ed entrammo, prima io e poi le più piccole. Era una vera e proprio soffitta, e di sicuro apparteneva alla questa casa che il giudice ci aveva affittato; non c’erano dubbi per via di quello che vi trovammo oltre ai tanti nidi di uccelli vecchi e meno vecchi e mobili lasciati là già mezzi distrutti. I miei occhi vennero colpiti dai fasci di carte dentro carpette di cartone nero coi legacci di cotone ingiallito, dalle molte scatole e scatoline che man mano che le aprivo regalavano la sorpresadi cose mai viste di presenza e che mi potevano servire tanto...Erano: penne a calamaio, anche nelle loro confezioni originale, forse mai usate, regali sicuramente, boccettine di inchiostro ancora intatto, intenso. Blocchi di carta, non ricordo i particolari, ma tanta carta di vari formati, anche molta carta pesante per avvolgere cose, quella giallo ocra scura ma che non so cosa ci potesse fare lì, solo mi ricordo che la usai subito per confezionare sigarette. Rullavo molto bene la carta vuota, la accendevamo e facevamo fumo tenendola sulle labbra. Che ne sapevo che poteva risultare anche tossica! Tutto fatto quando nessuno ci controllava. Ritornando a tutto il ben di Dio, la cosa più fantastica fu la visione dei timbri, autentici gioiellini fatti a mano, con i rulli di lettere che giravano. Ma se non ricordo male c’erano anche scatoline con le piccole lettere. Ma non solo uno di timbro, tanti , di diversa grandezza. Tutto nelle scatole, ben conservato. Posso dire che era un vero tesoro, ed io, e di conseguenza le mie sorelle, lo valutammo appieno, enormemente e altro “lavoro” fu assicurato fino a saziarcene e finchè durarono…non avevo così tanta cura nel conservare le cose. Nascosi la scoperta per un po’, di sicuro a mia madre, posso immaginare ora cosa avrò immaginato allora, cioè le sue parole: “Disgraziata amara, butta tutto questo inchiostro, sporcherai il mondo!” Lei era apocalittica. Di mio padre invece temevo il giudizio, in certe cose era severo, non erano cosa nostre mi poteva dire, mettile al suo posto, e questo non lo volevo certamente nemmeno. Credo che alla fine man mano li usciì alla luce, perché tanto tempo li usammo per giocarci nel tavolo della stanza da pranzo. In pratica fu il gioco alternativo quando quello movimentato di cortile, di teatro stancavano. Misi su una segreteria, si scriveva e si timbrava. I timbri, ripeto, erano magici marchingegni, ma anche le penne che intingevamo con l’inchiostro, avevo visto un calamaio solo nel libro di lettura alle Elementari e lo avevo desiderato, queste penne erano meglio! Rimproveri me ne sarò presa lo stesso, avevo l’abitudine di smontare all’ultimo momento utile. Da lì il passo fu breve alla stamperia. Passavamo pomeriggi interi sui fogli. Ci aggiunsi altri strumenti, i colori, i pastelli a cera, la cera pongo, ma anche le semplici penne. Mi fermo, sono stata bene, non finì lì. Scriverò gli sviluppi e le novità che la stamperia portò. Buona buona domenica |
Prima di continuare, voglio dire che ci godemmo la soffitta così com'era. Tea nel leggere si è ricordata benissimo di questo spazio sotto le tegole per niente sicuro alla base dice lei, che percepiva e viveva le cose sicuramente in altro modo, proprio perché più piccola e meno accecata dalla passione rispetto a me. Quel soffitto doveva appartenere alla casa contigua ,non abitata da tempo, dello stesso proprietario della nostra e che spiega la presenza di quelle cose antiche e chiuse col lucchetto che dava nel nostro spazio.
Un paio di particolari mi hanno immediatamente aperto la scena di cosa facevamo infilate li dentro. La prima cosa che mi viene in mente è questo senso del luogo appartato e segreto che forse ha affascinato l'immaginario di molti ragazzi più movimentati, o forse di tutti; ma nostra cugina per esempio aveva molta paura(dei fantasmi). La luce filtrava da sopra, ma non mancava a me di accendere qualcosa in ogni caso. Ci sedevamo in quelle sedie sgangherate, e fu proprio lì invece che facemmo le prime sigarette, ci atteggiavamo a grandi e ci sentivamo così bene...Da adulta imparai a fumare proprio perché mi faceva una certa invidia vederlo fare ad una mia amica quando studiava. Era la gestualità soprattutto che mi colpiva e mi attraeva tantissimo, così non appena stetti fuori di casa un periodo, la prima cosa che feci fu quella di prendermi quel dannato vizio. Poi trovai la forza di staccarmene perché ne vidi anche tutta la bruttezza del fumare. Quindi fumavamo, sedute come in salotto e nidificavamo, Chissà il perché infatti di quella fissazione ad ogni occasione di infilarci nelle tane come i topi, a camminare abbassati, a mangiar polvere e a imbrattarci i capelli di vecchie e abbondanti ragnatele. Era una bella atmosfera malgrado di bello sotto quel tetto, tolto i timbri e le penne a calamaio, non ci fosse proprio nulla si potrebbe dire. |
Fummo assalite pure dalle pulci nella soffitta! strabuzza:
Si vede che ci andavano gatti, fatto sta che appena tolto il lucchetto ed entrammo in quello che sembrava un antro oscuro ci ritrovammo piene di pulci. Subito a toglierle di dosso e richiudere, poi buttammo credo ddt allora si usava quello o qualcosa di simile. Forse quello che li uccise meglio fu il fumo delle sigarette e il fuoco appiccato ma subito sedato icon_mrgr:, al solito Tina accendeva fuochi dappertutto ed anche allora come in giardino rischiammo tanto, ma qualche Angelo da lassù ci guardava. Io piccola e più attenta ai pericoli, guardavo a distanza anche se poi mi tuffavo nel gioco eppure percepivo il pericolo in maniera più realistica anche se non dicevo nulla tanto nessuno mi ascoltava, ero la piccola, e allora i piccoli non capivano nulla e non andavano ascoltati questo dicevano i miei genitori, così imparai ad osservare e tenermi le cose per me. La soffitta certo non era a norma di sicurezza! Ma non dicevo nulla. Le sigarette me le ricordo bene, Tina ne aveva una passione, rullava così bene e faceva cannoni e poi tanto fumo tossico negli occhi. La carta gialla era quella spessa con cui si involtava o la carne o il pesce non ricordo bene ma era d'effetto. Io non mi ricordo di averne fumate tante ero piccola e non sopportavo quel fumo, ma forse fu così che da grandi, nel periodo della separazione quando io ripresi a fumare, io e Tina ci fumavamo vere sigarette con grande piacere e gestualità, a tutte le ore e in ogni occasione e luogo, quasi a ripercorrere la stessa trasgressione finalmente libere dal veto. A casa nostra non ha mai fumato nessuno. Poi per fortuna abbiamo smesso ormai da tanti anni. |
Provo a riprendere. Avevo perso la voglia dopo che quell'adorabile cagnolina di mia sorella è stata così male beccando il veleno per topi, e lasciamo stare che questi mi fanno pena anche. Ma la vita va così, anche le persone muoiono in tanti modi che non meritavano.
Non mi viene facile riprendere il filo del discorso, ma se lascio passare più tempo potrei anche non finire più questo scritto. Riprendo, pur di continuare, col mettere a fuoco meglio una cosa che è emersa subito nella mia mente fin dall'inizio della storia, cioè il tempo che dedicavo alle cose, anzi al gioco o a ciò che prendeva il mio interesse. Si è capito che mi-prendevo-tutto-il tempo-che-avevo, tenendo conto dei doveri ai quali ritagliavo tempi minimi e senza tutta la mia attenzione. Certo se cerare il pavimento della mia stanza mi appassionava non era considerato dovere, come anche fare le ciambelle o pulire in una volta la casa, cosa che avrebbe dato un effetto più soddisfacente rispetto alle pulizie quotidiane che consideravo un rallentamento ai miei trafici ludici. Una cosa questa che mi portai anche in altri occasioni. Al secondo liceo proposi l'interrogazione volontaria su diverse lezioni arretrate da preparare in una volta. Anzichè dedicare un'ora al singolo paragrafo di letteratura o di storia, dedicavo due interi pomeriggi a fare più capitoli. Una cosa che piacque agli insegnanti e che a me e ad altri portò molti ottimi voti. Di contro capitava pure di essere impreparati nelle materie dei professori ai quali questa cosa non interessava. Fu un insegnante di grande temperamento, laureato in fisica, appassionato alle sue materie che in due anni mi diede una impronta un tantino diversa, ma solo nelle sue materie, matematica e fisica, anche se la seconda mi appassionava meno però. L'esercizio di matematica era come un gioco, breve, con la regola da applicare e un risultato immediato. Idem il problema, così nei pomerigi precedenti la lezione facevo direttamente in bella tutti gli esercizi sulla regola, e non solo quelli assegnati ma tutta la fila. Fu una cosa bellissima. Ma su questo insegnante ci vorrò tornare, perchè con lui compresi la differenza tra gioco e passione applicata alla vita reale, e allo studio, passaggio questo importante alla vita da adulto. Non fu sufficiente ovviamente, poi lui preferì inseguire una carriera più brillante e ci lasciò "orfani". La guida era già nelle mie esigenze, e lui lo era davvero un buon modello a parte il peccato della ambizione. Ho chiaro in mente che già allora qualcuno che mi educasse ulteriormente io lo desideravo. Da preside credo egli abbia più rotto le scatole agli insegnanti, che portato un maggiore insegnamento agli allievi. Lo pregammo di non abandonarci al penultimo anno, ma lui disse che comunque prima o poi una classe l'avrebbe dovuta lasciare interrompendo il triennio, e aveva scelto di lasciare proprio noi. Un vero peccato, una perdita grandissima per me. Sono poche le persone che mi diedero qualcosa per cui pensare che valesse la pena seguirli come modelli; comunque ci sono stati. Già di mio avevo due genitori votati principalmente al profitto economico, con l'aggravante che mia madre badava molto alle apparenze man mano che si affermava in quella società pettegola di piccole vedute che di lì a pochi anni di intensa crescita economica sarebbe cambiatata anche verso una maggiore cultura, ma a beneficio solo di future generazioni riguardo a maggiore libertà, perchè i genitori di allora ignoranti erano e ignoranti restarono, e i loro figli, cioè quelli come me, hanno pagato un tributo in termini di conflitti come tutte le generazioni di passaggio. A volte nella ignoranza e nella semplicità si è più felici. Una figlia come me doveva essere considerata al pari di un ragazzo ormai, i benefici economici andavano accompagnati da tutto ciò che di solito ne segue. Invece fui impedita nel seguire gli studi che mi piacevano, perchè lontani da casa, e solo per pregiudizio e attaccamento. Tanto valeva allora che mi mandassero a lavorare. Avrei incontarto un bravo ragazzo semplice, senza grillli per la testa, e sarei stata meglio e oggi non scriverei niente. Mah, prometto di non scrivere ancora cose tanto inutili... Se mi leggesse mo figlio rimarebbe molto deluso e avrebbe ragione, perchè sono felice che lui ci sia ed esattamente così com'è. Sono quì per parlare dei modi in cui ero capace di rende felice me stessa e non dei rimpianti e delle recriminazioni, e il discorso non è ancora esaurito, lo continuerò. Buonissima domenica |
Quando scoprimmo la soffitta però non ero ancora al liceo, finivo le medie e la mia testa era ancora più di bambina che di ragazza. La passione era incontaminata, e inchiostro, penne e timbri mi videro all'opera prima che mi portassero a nuove idee.
Ci mettevamo nella stanza da pranzo dove c'era anche la libreria a muro con l'occorrente per lo studio; mio padre veniva la sera, mia madre tornava a chiusura dei negozi. La nonna spesso ci faceva compagnia, mentre leggeva i suoi romanzi. Il tavolo era tutto pieno, le due finestre a nord e sud davano luce se non era inverno, ma non le oscuravamo mai, e quella sulla stradina ci dava un contatto col fuori. Quella casa la ricordo così bella, mi sentivo in una postazione speciale, sollevata ma vicino ai passanti. Ma era la situazione speciale, ero la maggiore, e con tutto quel tempo a disposizione senza troppi controllori, e pensare che avevo anche oneri un pò troppo pesanti per l'età che avevo. Quindi avere tutte le cose sott'occhio dispiegate sul tavolo mi ispirava meglio, mentre le mie sorelle sedute aspettavano direttive. Dapprima usammo il materiale trovato nella soffitta per scrivere un pò o simulare il lavoro di segreteria, ma presto mi vennero le idee. Consumavamo molti quaderni, chiedevo alla nonna di comprarcene altri, perché in effetti la carta era alla fine la cosa più importante. Le mie sorelle a differenza di me, che alla loro età avevo letto favole in normali libri illustrati, ebbero quelle con i personaggi ritagliati e piegati si che si alzavano non appena si apriva la pagina. Presi così spunto per creare personaggi per tutti e tre. La cosa meravigliosa del tempo era che se hai un' idea, può venir sviluppata fin dove essa vuole; la mente la modella mentre le mani creano, o forse al contrario, Non importa, io lievitavo. E poi tutta quella carta, tanta, sciupata e non, era indispensabile averla. Più era diversa e più era bello. Disegnavo, ritagliavo, e incollavo tutto ciò che era disponibile. Matite colorate, ceretti, gessetti, acquerelli, colle varie per unire i pezzi e piegare i bordi. Ma la carta proprio, mi dava una certa voluttà, e me ne dà ancora oggi. Presi a creare personaggi, disegnati e ritagliati, poi colorati. Una per ciascuna sorella, e quelle per me. Poi gli abitini, di tutto. Ero abile, una esperienza lunga di confezioni con i ritagli di stoffa mi rendeva preparata. Facevo sognare le ragazzine, ne facevo a iosa. Non bastavano mai. Poi ogni bambola era racchiusa in un foglio o quaderno. Se si strappava un braccio io ero felice di incollarlo, anzi quel pezzo da collezione acquistava maggiore affettività, era vissuto, era stato salvato. Ero malata, di bambole, chissà forse erano tante me stesse, o tante figlie , e mi realizzava da matti anche accontentare le mie interessate sorelle. Di sicuro mi piaceva accontentarle, forse imitavo la nonna, il modo fantastico con cui ci aveva intrattenute quando eravamo nipotini nella sua vecchia casa, davanti al braciere e ascoltavamo rapiti. Non so cosa fosse, ma non mi stancavo mai. Il problema della carta non era da poco, finiva sempre o finivano i fogli dei quaderni scolastici. Un bel giorno mi venne una idea geniale, gli occhi mi caddero su un rotolo della carta ingenica, non so come ne in quale momento, ma che idea! Disegnai qualcosa, una prova, non ricordo esattamente come passai alla produzione successiva, nuova, col nuovo supporto, perchè in effetti non si prestava bene per ritagliarvi bambole ne vestiti. I meravigliosi non troppo soffici rotoli erano di colore rosa o azzurro, ma anche neutri. Di lì mi venne l'idea del corredo da sposa, che poi riguardava il lavoro della mamma, ma di questo ne parlerò un'altra volta. Alle mie sorelle immagino piacque molto, perché mi ricordo che facevamo viaggi verso il giardino per arredare con i nuovi tovaglioli disegnati, le nostre case sugli alberi. Un gioco interessantissimo perchè non si esaurì, e le collezioni furono copiose. Creato il motivo floreale, o geometrico, staccavo altri foglietti per il servizio completo, o per due, il tet a tet, che completavano i vassoi di cartone sempre decorato, tanto le tazzine non mancavano mai con nonna che non ci faceva mancare nulla riguardo a giocattoli da "signore" e signorine. Univamo i pezzi,ed erano tovaglie, tendine, trecce, torce e non ricordo più cosa altro. Urla, improperi quando sta' carta non era mai al suo posto, mia madre se la prendeva con me, anche se in effetti facevo sparire tutto al loro ritorno, ma lei sapeva che in qualche modo c'entravo lo stesso, minacciava di tranciarci le vene del collo se non la smettevamo...Non esagero, era terribile sopportare quell'attimo , non arrivavano schiaffi, e poi, si dimenticava di noi perchè per fortuna aveva fame quando rincasava, o sempre qualcosa del suo lavoro che la impegnava, fosse anche solo contare le cambiali che metteva allo sconto e che pagava per riscattare qualche prestito che ai bei tempi permise a molti di fare buone . Auguro buona serata. |
"Quattro"
Non so se ci ritornerò sul "prof" del liceo, perchè a dire il vero non riesco ad associare la parola paradiso alla parola scuola.
A parte gli anni delle Elementare che videro me stessa sempre all'opera, ora attenta alla maestra, poi a saltare sui banchi non appena ci lasciava sole, oppure concentrata a fare i compiti per l'indomani nei momenti vuoti se non ero in disputa con l'altra brava della classe, e mi sentivo pienamente viva fino alla quinta, a parte questi meravigliosi anni dicevo, non posso dire troppo bene della scuola. Quando finii gli studi ricordo bene di avere pensato che ero felice, che mai più avrei aperto un libro allo scopo di essere esaminata. Un trauma il confronto, nel quale l'altro non capisce mai chi sei veramente. Non ho mai amato rendere conto ad altri di me stessa con obbligo, mai. Quando la mia mente era al servizio di ciò che volevo realizzare, e il "realizzato" a sua volta serviva la mia mente per renderla libera verso altre cose ancora, posso dire che facevo le cose per me stessa, anzi le proteggevo dal giudizio degli altri. Era una purezza bellissima. Io stavo bene, così mi ricordo, anche se zampatine dagli inferi arrivavano di tanto in tanto. Il mio corpo di persona immatura in crescita aveva a disposizione tutta l'energia che gli serviva, e me ne serviva tanta. Certi adulti, ma non solo i genitori, lasciano in pace i figli finchè sono piccoli, poi improvvisamente decidono che questi sono grandi, e via... "Basta quello, basta questo, devi quà, devi là. Non devi, non puoi, non è conveniente; solo fin quà, non oltre l'ora, tu non decidi, tu non sei abastanza grande, oppure: dovresti vergognarti sei grande, fai la grande!". Che noia gli adulti paurosi, repressi, ignoranti, poveri di spirito, non innamorati, poco sensibili, bigotti, ansiosi, prepotenti, isterici, immaturi, ambiziosi o frustrati. Che brutta bestia l'adulto che non è pure saggio... La scuola ti mette a contatto con gli altri, ti permette il confronto con la persona che insegna e ti fa crescere, due cose bellissime non lo nego. Non so da dove nacque la paura dell'esame. Ora giacchè sono andata un attimo alla seconda elementare, riprendo un ricordo-zampata in quella oasi felice proprio dei primi anni di scuola. In apparenza ero una bambina modello, perchè non facevo disperare la maestra, anzi le davo soddisfazione, salutavo cortesemente come la nonna ci aveva insegnato, non interrompevo gli adulti (così come mamy ci aveva impresso a bruciapelo senza troppi preamboli), ma di nascosto erano monellerie, audacia, nel senso che all'asilo avevo picchiato anche i maschietti, e dentro di me era movimento, sempre. Un giorno la maestra della sorella poco più piccola di me, che era laureata in lettere, tremenda, molto temuta dagli allievi e rispettata dalle colleghe, venne a trovarci in classe, parlava con la maestra ed io mi trovavo al primo banco dove di solito ero abbastanza protagonista. Buonissimi in presenza della ospite, avevamo appena copiato in bella il dettato. Il discorso tra le due si faceva lungo, mi annoiavo, e non sapendo che fare mi misi a rifinire le lettere iniziali delle parole, poi le vocali che le chiudevano. Man mano allungando le asticine, che poi sempre di più divennero ghirigori come gli avvitamenti simili ai teneri tralci di vite. In pratica una pagina di scrittura perfettamente ricamata. Poi a un tratto la mia adorata insegnante disse indicandomi e vantandomi, giusto perchè ero davanti a lei, di porgerle il quaderno. Certo non me l'aspettavo, evidentemente sospettavo che potesse essere dubbioso il gradimento di quelle elaborazioni barocche della mia scrittura, ciò nondimeno fiduciosa porsi il quaderno. La maestra andò su tutte le furie, la sua delusione mista a forte contrarietà per l'occasione che la portava a confrontarsi con l'altra fu forte. " Che hai combinato mi urlò, cos'è questo pasticcio?" , dimenticandosi di rispettare la mia piccola persona che di sicuro non aveva agito per farla sfigurare. Che dolore, che vergogna provai, come mi ero potuto venire in mente una stupidata simile, come se il diavolo di fosse messo in mezzo sorridendomi! Ero in seconda o in terza non ricordo, ma certamente fu la prima macchia tra me e lei, quasi l'unica. L'altra, penso fu in seconda , prima o dopo, non mi ricordo, davanti ad una divisione: sedici diviso quattro. Una delle compagne, all'impiedi davanti alla lavagna, fissa con lo sguardo e il cervello chiuso verso l'operazione aritmetica era da un pò che ci faceva aspettare. Al primo banco io fremevo per dire la mia. Alzavo la mano per dare il risultato, che a un certo punto non potei trattenere, ma non ero l'unica , anche molte altre si agitavano per dirlo, eravamo in preda ad una smania collettiva, non ne potevamo più. "Quattro, quattro, quattro signora maestra !!" Ormai anche alzate dalla sedia, come nello stadio...Lei scelse di venire contro di me che ero la più vicina e mi schiaffeggiò in una guancia e nell'altra urlando anche lei ad ogni colpo "quattro" come a fissare una punzione per ogni volta che lo avevo ripetuto, ripetutamente. Io per tutte le altre. Questa volta... lei, come aveva potuto! A me che la amavo e per la quale credevo di essere speciale. Se esistesse una parola più grave di vergogna la userei. Fu molto di più, sprofondai nella sedia, con la faccia nascosta tra le braccia sul banco. Non la rialzai più fino alla campana e non volli tornare a scuola per giorni. Mia madre si comportò bene, aveva anche lei barlumi di comprensione anche se giovane e ignorante. Mi fece dire cosa avessi in effetti che non mi faceva passare il finto mal di pancia. Lo raccontai piangendo, dissi che non avrei mai più voluto vedere la maestra, nemmeno se venivo mandata a forza, che ormai la odiavo, e non volevo più vedere le mie compagne. Non so se conoscevo la parola umiliazione allora, ma il sentimento che esprime di sicuro, si, lo provai esageratamente. Lei mi trascinò a scuola, mi promise che era per dire alla maestra che me ne andavo da lì per sempre. Non so di cosa parlarono, la maestra mi convinse, e magari nel tempo divenne più sottile la barriera tra me e la isterica ensegnante. Ormai la avevo visto nell 'altra sua faccia, era come tutti gli adulti. la prima volta che raccontai la cosa ero già grande e vaccinata e fu davanti alle mie sorelle. Ne ridemmo molto, ma ancora giuro che mi brucia. Buona domenica, è stato bello condividere. |
A quei tempi la punizione corporale faceva parte del metodo educativo adottato in famiglia ed anche a scuola, ma pure in certi luoghi di lavoro, con i ragazzini garzoni che venivano picchiati se non lavoravano bene. Era un fatto socialmente accettato ed anzi ben visto come riferimento di modello educativo, di autorità che controlla e fa crescere bene.
Nella mia famiglia non si usava, malgrado la nonna ebbe una madre che li picchiava fermamente, erano 9 figli da tenere a bada, ma il padre era buono e non alzava mai le mani, così la nonna raramente ci dava uno scappellotto quando proprio non ne poteva più. Mia madre non ci picchiava perchè era pigra, non consumava energia a rincorrerci ma se eravamo a tiro lanciava un pizzicotto, tirava i capelli, a me solo una volta me le ha date giusto per non avere trovato via di fuga. Mio padre poi raramente e sul momento ma non più di uno schiaffo. Loro uccidevano con le parole, lo sguardo e le minacce. Eppure nel vicinato ero cosciente che i miei compagni venivano picchiati. La frase tipica e tanto temuta era: "non te ne curare, stasera come viene tuo padre!". C'erano padri che tornati dal lavoro mantenevano la promessa della moglie di farli picchiare, così se era femmina solo con le mani e se era maschio si toglievano la cintura dei pantaloni. Ma poi picchiavano pure le mogli e a volte i figli maschi rimasti orfani di padre da grande picchiavano la madre. Anche mia madre pronunciava la fatidica frase, ma mio padre non ci picchiò mai su commissione, però gli improperi ferivano mortalmente e ci lasciava sempre con la paura che la prossiva volta le nerbate arrivavano di sicuro e noi ci credevamo, quanto meno io ci credevo, il suo tono era molto convincente. Poi ci fu la scuola, io non sapevo che pure a scuola si usassero le mani, pensavo che fosse privilegio solo dei genitori. I primi giorni di scuola vidi una bambina che era letteralmente terrorizzata, non parlava, non si muoveva e si faceva la pipì addosso. Poi cambiai scuola e maestra. Le classi erano divise per sesso, i maschi con il maestro e le femmine con la maestra. Vigeva un certo rigore educativo. La mia maestra mi è sembrata sempre vecchia per via dei suoi lineamenti duri e i capelli brizzolati, gli occhi spiritati. Era brava preparata mi ha dato una buona base ma aveva l'abitudine di picchiare le mie compagne, soprattutto quelle sedute nella fila nera, erano asine e cocciute, così le definiva lei. Ricordo di una bambina che la picchiava quasi tutti i giorni, poi un giorno le sbattè pure la testa sul banco. Io la odiavo e la temevo, facevo di tutto per stare fuori dal tiro delle sue mani, ma un giorno picchiò pure me. Le chiesi se dovevo prendere l'album o il quaderno, lei si alzò dalla cattedra e mi diede uno schiaffo dicendomi che dovevo prendere l'album, e poi ne me diede subito un altro perchè stavo perdendo tempo. Ero piccola ma abbastanza grande da capire che non aveva motivo per picchiarmi, non avevo fatto nulla di male per meritarmeli, che il suo era solo un abuso, un modo per scaricare la sua aggressività su esseri inermi che dovevano solo subire. A casa molti bambini non potevano lamentarsi di averle prese dalla maestra perchè i genitori davano le altre. Nella classe maschile poi era peggio, un giorno all'uscita da scuola il maestro li mise in fila per due, e un ragazzino che era un pò uscito dalla fila lo prese per il lobo dell'orecchio e lo sollevò da terra. Poi vi erano pure le bacchettate sulle dita, i ceci sotto le ginocchia, e le orecchie d'asino indossate e messi fuori dall'aula alla gogna di chiunque passasse. In quarta elementare cambiai di nuovo scuola e maestra, le classi erano miste. Questa sembrava più buona e meno manesca, ma solo in piccola parte. A me non mi alzò mai le mani ma ad alcuni, soprattutto a due miei compagni maschi li picchiava sempre e sempre con il metodo della testa sbattuta sul banco. Non protestava mai nessuno anzi si ringraziavano gli insegnanti del buon metodo educativo. Poi in negozio venivano le donne a comprare il corredo e si confidavano con mia madre, spesso il discorso cadeva sui problemi familiari, tra cui figli testoni che le buscavano di santa ragione, "corpa a levapilu" ovvero a scorticare la pelle e fare la ceretta al pelo. C'era la mamma del mio primo pretendente che per risparmiare la luce la sera d'inverno i suoi figli li mandava a dormire alle 17 e prima gli dava la "cauda" cioè li picchiava tutti bene per farli andare a dormire caldi e silenziosi. Poi nel quartiere se ne vedevano di tutti i tipi, le viriche ovvero le virghe fatte con i sarmenti di vite con la quali le madri colpivano le gambe le braccia dei ragazzini irriducibili ed ormai assuefatti alle botte, anzi credo che ormai avessero i calli sotto la cute. Io mi impressionavo molto, tutta quella violenza in qualche modo entrava nelle mie cellule, visioni difficili da dimenticare. Nella casa del Paradiso quando mi affacciavo dal cortile interno, sotto vi abitava una famiglia con una bambina maltrattata, oltre le botte la madre la lavava sotto l'acqua corrente fredda fuori in cortile anche d'inverno. Io stavo a guardare semi nascosta, la mamma non voleva che guardassimo sotto, era una famiglia disagiata che poi finalmente qualcuno denunciò il fatto e le tolsero i figli. A me faceva una pena infinita, avrei voluto avere le ali e calarmi dal balcone per liberarla, la bambina doveva essere un pò ritardata perchè invece di piangere rideva quando la madre la picchiava. Poi si chiudevano tutti in casa e Dio solo sa cosa succedeva dentro. Io ero piccola e molto innocente su certi fatti ma intuivo che alla bambina le facevano altre cose brutte anche se non immaginavo esattamente cosa, e quando poi aprivano la porta e la vedevo viva tiravo un sospiro di sollievo. Insomma un capitolo amaro questo che si osservava impotenti sperando solo che non toccasse a noi la stessa sorte. Per fortuna che le cose sono molto cambiate da allora, però togliere certe immagini dalla memoria non è facile, soprattutto il carico emotivo che generano e si affaccia poi in altre situazioni. Soprattutto si genera quel circolo vizioso di "occhio per occhio, io l'ho subito ed ora lo restituisco ai miei figli". E' stato questo motivo di molto lavoro per non scaricare sui miei figli la violenza che era dentro di me, anche se qualche volta ho alzato le mani pure io e poi me ne sono pentita. Oggi non lo faccio nemmeno con il cane. Deve essere per un motivo molto grave. |
Caspita Diam hai descritto un inferno di botte e tutto vero. La storiaa della bambina ritardata che veniva picchiata sotto casa fu sul finire della nostra permanenza in quel quartiere per fortuna, anche per me era intollerabile e lo raccontavo a casa con senso di impotenza. Non so chi fece la denuncia, i nostri genitori avrebbero dovuto muoversi subito, ma non sono nemmeno sicura che non lo abbiano fatto a nostra insaputa, l'uomo era un ex galeotto, si aveva un certo timore. Fatti insopportabili.
Lo so che il paradiso era riuscire a tenere incontaminato il nostro scenario interiore, io ci riuscivo ed ero meno sensibile allora, avevo il mio da fare nel tenere la mente in luoghi più ameni. Oggi è cambiato radicalmente, e più volte, il comportamento degli adulti nei confronti dei più giovani, nel senso che diamo ad essi molta più importanza e tutta la libertà molto prima. A volte penso se si era così duri e ignoranti solo al sud. I pregiudizi cattolici io penso di si che fossero più pressanti da noi, molto di più, ma riguardo alla importanza che i ragazzi avevano per gli adulti alcuni decenni fa pare che al nord le cose non fossero tanto migliori. Mi riferisco a quanto mi raccontava un amico di Brescia che la pensava così, malgrado poi avesse fatto fortuna. Mi descriveva quanto era dura la vita per lui quando era giovanissimo, che lavorava nei campi dei contadini suoi vicini e gli toccava poco da mangiare la sera, visto che cenava pure con loro. Chi aveva alberi nel proprio orto preferiva che i frutti marcissero a terra se non li consumavano, anzichè farli mangiare a questi ragazzi, che rubavano per fame e venivano cacciati, che erano trattati con poca considerazione in confronto ai più vecchi. La famiglia spesso per necessità li mandava sotto altri. Della pratica delle percosse però non si parlò. Non so se "una volta era meglio" sia stato sempre un bluff. Anzi lascio perdere subito questo terreno, altrimenti si scivola nella nuova povertà che forse porterà a nuova ignoranza, non sò... ma abbandono subito un argomento che non so affrontare e so bene quanto non sia paradiso. Notte |
Volevo fermarmi, racconto cose che smuovono i ricordi di un'altra persona ed è impossibile evitarlo. Metto in pausa, chiedo , metto in dubbio la opportunità di questo paradiso della terra, mio personale, che a tratti sconfina in cose non sempre proprio paradisiache di chi era presente insieme a me allora: mia sorella...
Le sue entrate finora mi hanno rivelato di come nello stesso specchio d'acqua, la vita è per due individui una cosa assai diversa e questo scritto me lo sta rivelando pienamente. La storia della bambina colpì anche me, ripeto fu alla fine di questi tre anni, e poi è messa consapevolmente tra le cose, tante, che del restano non mancano mai in noi, che metterei nell'inferno se dovessi mai scriverne uno. Di sicuro non lo farò, anche se qualcosa di triste l'ho pure voluta raccontare per dare maggiore senso e umanità al mio racconto. I Il sentimento che sicuramente mi ha guidato finora è un distacco sufficiente verso ciò che rievoco. Conosco con che animo ho passato la gli anni della fanciullezza e parte dell' adolescenza, cioè molto felice se escludo la malattia della nonna e l'episodio dell'uomo nero che azzannò imprevedibilmente il mio paradiso. Tutto non andrà perso, lo racconterò, ne vivrò poi ancora, ma solo spicchi isolati. Passerò alle attività di una persona adulta forse anzitempo e consapevole ormai che i giochi non avranno più spazio, ma di sicuro gli effetti di averli a lungo potuti vivere e in abbondanza avranno potuto portare fin quì la capacità di emozionarmi da sola, e spingere chi mi sta accanto a fare altrettanto. Se chiedo oggi alla donna meravigliosa che collabora con me nel lavoro, se le piace ciò che le ho insegnato a fare quando incornicia le cose, dirà che le sembra di giocare e non di lavorare, e non è un gioco e bisogna stare molto attenti , essere abili nella manualità e di buon occhio, anche se del mio non riesce a fare a meno, e posso cogliere differenze a molti impercettibili. Da adulta anche se non è stata la scelta più ambita che avevo, ho potuto fare un lavoro dove ho espresso tutto ciò che dei miei passatempi preferiti si è trasformato in strumenti e qualità, anche se molto di più avrei potuto fare e potrei fare. Scriverò del mare, paradiso perduto perchè non ne godo più tanto se non quando mi affaccio alla mia finestra tutto l'anno e ne vedo il colore che si confonde con quello del cielo da lontano all'orizzonte, e in inverno a volte spesso a volte meno, quando vado a trovare mia cugina alla scogliera o come giorni fa in balia del vento con mia sorella e la Mimma |
Mare
:er::er: Il richiamo del mare in estate era irresistibile, una spiaggia lunghissima di oltre sessanta chilometri, a tratti con la sabbia. Quella più vicina a noi aveva anche la ghiaia, ma non ciottoli aguzzi, infatti i nostri piedi si abituavano entro la terza o quarta volta che ci andavamo. Il fondale già poco distante dalla riva era profondo e non era molto sicuro, bisognava sapere nuotare. L'acqua era fredda fino ad agosto, e poi calda fino ad ottobre.
Un fiume la rende un tantino ostile come temperatura nella nostra zona. Ma questo lo dico oggi , quando ero ragazza il mare era sempre irresistibilmente accogliente e ospitale, non aveva nessun difetto. "Tutti alla casa rossa", poi quando fu ridipinta, " Ci vediamo alla casa bianca" . Così ci si dava appuntamento. La spiaggia era anche larga, dalla strada all'acqua, potevano essere una cinquantina o di metri o più, che col caldo e con la fretta di tuffarsi erano un pò tanti, ma ciò era una giusta sofferenza che aumentava il piacere del momento in cui finalmente mettevamo in ammollo i piedi, e c'era anche chi si tuffava subito, malgrado accaldato. Posso ricordare la sensazione di reset non appena si scendeva dalla vecchia Millecento, sulla provinciale, che a sinistra aveva la campagna con i paesini sotto l'Etna, montagna compresa sullo sfondo, e a destra tutto un muretto oltre il quale iniziava la spiaggia. Ma già da prima si godeva lo scenario abbagliante della calda sabbia che man mano fino alla battigia diventava ghiaia e tutto l'azzurro chiarissimo del signor Mare che laggiù all' orizzonte diventava cielo dello stesso colore. Era nostro, e quella luce , col caldo e l'acqua ci predisponevano ad una immensa apertura. Era proprio una liberazione scendere fin quasi alla riva, piantare l'ombrellone e poi spogliarsi per restare in costume. Era nostro perchè i turisti non c'erano. A parte la domenica in cui veniva più gente, era uno spazio immenso, solo per i bagnanti della cittadina, che non eravamo pochi, ma ci si dislocava a gruppi, a seconda del momento e della compagnia. Ci portava nostro fratello, pieno di amici, alcuni anche con le ragazze. Noi sorelle ci accodavamo. Si interagiva benissimo coi ragazzi grandi, ed era più divertente, e molti di loro furono per molti anni anche amici nostri. Poi ci si perde. Ma era molto interessante per noi più giovani stare coi più grandi, il divertimento era più spinto , nel senso di più spericolato, tuffi a non finire. Due tendevano le mani e le allacciavano, a mo' di trampolino, il terzo a turno vi saliva sopra, si metteva dritto e poi veniva spinto in alto e così buttato in acqua e doveva cadere a chiodo, oppure egli stesso si buttava all'indietro. Per tutto il tempo, e si ripeteva per fare sempre meglio. Erano i maschi ovviamente a fare queste cose, ma a nostro fratello piaceva molto coinvolgerci e insistere perchè imparassimo anche noi. Di solito appena più a largo c'era qualche gommone ancorato ed era perfetto. Tutti noi si faceva avanti e indietro per raggiungerlo per poi aggrapparci alle maniglie e lasciare galleggiare il resto del corpo, guardare a riva e aspettare gli altri che facevano lo stesso. Ci salivamo e ci tuffavamo anche maldestramente, o in gruppo. Un bell'allenamento incuranti del fatto che il galleggiante non era nostro! Non era come oggi che facilmente si compra di tutto per il mare, noi andavamo al mare col minimo, cioè la tovaglia e l'ombrellone. Ma la barca era un punto di appoggio irresistibile, casomai ci prendevamo il rimprovero, che devo dire non ricordo mai qualcuno ci fece. Era bello, sembrava che la vita fosse bella solo lì, anche perchè sono andata un pò avanti, nel frattempo avevamo già lasciato la casa del paradiso. Infatti poi con gli anni, invece, non era più tanto divertimento, ma un piacere-meditazione. Il mare lo si godeva in modo più personale e anche più intimo, ci si tuffava, si nuotava, poi ci si sedeva sulla battigia o messi sulla tovaglia ci si abbronzava volutamente, e poi si leggeva o si chiacchierava del più e del meno. L'appuntamento estivo col mare era una cosa importante. Le vacanze duravano una vita, tre lunghi mesi e nel periodo delle elezioni le scuole chiudevano ai primi di giungo. Io come al solito molto avida di divertimento non mi vergogno a dire che contavo i giorni. Giugno era un regalo, un assaggio di estate tutta in più, e mi sentivo consapevole che era ancora tutta da godere, perchè poi, luglio, una volta entrato passava in un baleno! Agosto era intenso perchè arrivavano i parenti da Milano, si usciva tutte le sere, si pranzava molto bene, c'erano i regali, i racconti della citta importante che assorbivamo come spugne. Mamma e papà litigavano meno, e c'era anche molto da lavorare. Lavare piatti a non finire, cucinare, pulire casa e tenerla ordinata per gli ospiti anche se dormivano dalla nonna. La sera andavamo alle feste di paese, o nelle piste da ballo delle ville comunali. Un grosso impegno insomma ma erano settinane molto soddisfacenti e si tornava in modo naturale al ritmo normale, e spesso i bagni si continuavano fino a settembre. A volte li appuntavo sul calendario, e poi contavamo chi ne aveva fatti di più. Essere molto abbronzati era segno che avevamo fatto una buona attività di mare. Non era proprio una competizione, ma non so perchè, valeva un sacco fare molti bagni... Beh paradiso era anche quello. Mi sta venendo in mente che forse il paradiso che ho inteso descrivere finora è più che altro quello di quando tutti i sensi sono svegli perchè la vitalità non disturbata spinge, quando non c'e la consapevolezza nel senso degli adulti di ciò che di speciale si vive, ma si vive e basta, come fosse normale essere ciò che si è. Forse è meglio che parli solo per me, magari i paradisi sono tanti quante sono le persone che lo vivono, se lo vivono. Posso dire che solo da ragazzina pensavo che la vita fosse il paradiso stesso. E poi riguardo al mare, che ho detto mi vide più riservata e meno aperta agli elementi, ovviamente c'è che ero cresciuta ed è normale che ci si calmi. Ma se ci ho fatto caso è perchè mi ricordo che ancora gli amici di mio fratello a anche lui stesso, i tuffi con il lancio continuavano a farli sempre, e ne ridevano anche già come uomini adulti. Posso tornare indietro e pensare al mare quando più piccola, poche volte, ci andammo con la mamma. Non ricordo nemmeno come lo raggiungevamo, forse in autobus, penso di si, perchè ci fermavamo proprio al porto per non fare troppa strada a piedi. Più precisamente un pò prima, al porticciolo delle barche, dove a ora di pranzo non c'era quasi nessuno. Vi erano ciottoli più grandi, ma di più sabbia nera, la rena. Le barche ci riparavano, e quelle in acqua invece erano la meta per appoggiarci dopo avere nuotato un poco, forse solo io. Le mie sorelle erano piccole, col salvagente. C'era tutto un cerimoniale per mia madre. Non voleva andare in costume perchè si vergognava, o forse mio padre non voleva, comunque si bagnava e poi cominciò ad immergersi pure, con il vestito. Spero non fosse la sottana addirittura. Io la la vedevo un pò strana... Era lenta, ma si godeva il suo bagno. Col tempo addirittura prendendo confidenza lei sentiva proprio la voluttà in quel contatto con la freschezza del mare, e ce lo trasmetteva ed erano momenti in cui era veramente felice e zitta. Noi non avevamo molta libertà di movimento, ma sapevamo che con lei era così, io lo sapevo e stavamo buone. Forse era molto bello quel sentirci figli con la mamma. Non sbraitava e chiedeva il nostro aiuto. Il mare la sedava completamente, e poi al sole si perdeva nei suoi pensieri, fantasticherie di sicuro, ma ripeto, era bello. Lo era per me. Come per tutti i ragazzini il richiamo dell'acqua era forte, il desiderio di non voler mai uscire era tanto, e puntualmente c'era il momento invece di farlo perchè le labbra erano già viola e le dita tutte rattrappite ed eravamo tutte un tremore. Quando uscivamo di sicuro era per andare via, e così si presentava anche l'altro lato della medaglia, staccarsi dal mare, ripercorrere la via del ritorno. Era pesantissimo, quasi un dolore. Ancora oggi lo posso ricordare perfettamente, ed era come un piccolo flagello questo risvolto finale di ogni gita al mare. Ancora oggi si può godere di quello stesso mare, ma solo ai primi di giugno quando ancora i lidi non sono impiantati e dopo il ferragosto, anche se con poca spiaggia libera , che ritorna bellissima e selvaggia a settembre quando smantellano tutto, ma non è più mia abitudine andarci. Luglio e agosto è per i catanesi e per chi venti anni fa ha comprato le tantissime case sorte su un tratto di quella lunga strada provinciale, che nel cuore dell'estate è quindi impraticabile. I nostri figli hanno le machine migrano in altri posti. Se la godono gli altri, per fortuna che ne ho potuto approfittare tanto, ma tanto a lungo... |
Ancora la signirinaR
Ci sono immagini che a richiamarle ti evocano stati d'animo duraturi, e forse questo è il senso di questo scrivere per me. Quel mare è ancora presente nella mia mente, con quella luce abbagliante dalla quale ti devi anche difendere, è troppo forte, ma gli esseri siamo dotati anche di questo. I colore azzurro è quello che nella maturità io gradisco molto, con tutte le sue gradazioni, fino a quella più intensa. Il blu va preso a piccole dosi, ma è anche necessario. La natura ha fatto in modo che i nostri occhi possano posarsi soprattutto sul verde, che ci circonda al sessanta per cento, quando non viviamo in modo innaturale lontano da esso. Poi la mente , il corpo si abituano a riceverne meno, ci si adatta, ma da qualche parte mancherà di certo. Non vado tanto più al mare e nemmeno sono più catturata dagli odori della natura. Ai tempi del paradiso perduto invece ne venivo catturata intensamente, li ricercavo ad ogni stagione.
:er: :er: :er: Avevo più libertà che disciplina sempre a quei tempi. Non sarebbe durato a lungo ancora, e la prima persona che me ne fece sentire l'importanza di quella seccante parola, ho accennato già, fu l'arciprete R in quei brevi incontri prima che andasse via da questa vita, quando dissi la mia prima particolarmente dolorosa bugia, cioè avere risposto alla sua domanda ,se rifacevo il letto la mattina, si,che lo rifacevo anzichè: no, mai! Fin da allora si scavava dentro di me l'attitudine alle maschere. Essere all'occasione ciò che volevano gli adulti. Con mia madre e mio padre ero in richiesta, con le compagne mi atteggiavo a ragazza adulta, con i professori ero sfuggente, con la nonna ero a modo ed educata come mi aveva insegnato ad essere. Solo con le mie sorelle ero me stessa, anzi veramente ero un pò tra la governante e la tiranna, perchè se è vero che mi occupavo di loro , poi le convincevo sempre alle attività che più mi piacevano... Con la signorina R invece forgiavo ad oc una personalità mezza timorosa di Dio all'inizio. Fare i cavoli miei significava essere scostante nelle faccende domestiche, studiare giusto quanto bastava, dissimulare ogni tanto con mia madre. Essere una brava praticante cattolica significava non provocare mia madre, non risponderle male, non mentire, fare tutti i compiti ogni giorno, non nascondere le padelle bruciate, pregare tutte le sere, non dire brutte parole per gioco con le amiche, non fumare, non immaginare di baciarmi con un ragazzo, non mettere gonne corte, pensare agli altri prima che a me stessa, fare la carità, non simpatizzare per i ragazzi cattocomunisti, frequentare l'oratorio per le attività educative, andare dagli anziani come volontaria. Io ero a metà tra la brava praticante e la svagata nei primi anni, ma tutto sommato ero una brava ragazzina, con buoni sentimenti. Con la signorina R contammo le lunghe gite al mare e in campagna, sempre in gruppo, e per strada eravamo riconoscibili, formavamo una fila dietro a lei che ci guidava. Il pranzo a sacco e via , a piedi se era un giardino vicino, o in treno se era una spiaggia così raggiungibile. Vi erano i canti, le preghiere, e poi i giochi dopo aver mangiato. Le più piccole erano sorvegliati dalle più grandi, che poi saremmo diventati a nostra volta intrattenitrici. Era come stare nei boy scout, ma la giornata finiva sempre con una messa in qualche chiesa e si parlava di un pezzetto di Vangelo. Più in là, da studenti impegnati si commentò la bibbia tutti i sabati, nelle sale della parrocchia, per anni fino alla crisi religiosa che inesorabile mi attaccò alla età di venti anni. Frequentai anche dopo la signorina R, quando ero ancora in pieno travaglio interiore, anche se non mi confidavo del tutto per la netta reazione che ne sarebbe conseguita, che infatti poi mi beccai lo stesso quando anni dopo decisi di venire meno al sacramento del matrimonio. Ancora godemmo a lungo della nostra relazione, io allieva lei paladina di Dio. Mi coinvolgeva nelle sue presentazioni di arte religiosa, mi leggeva del Beato Angelico che avrò avuto tredici anni, sedute nel suo salotto e un pò mi piaceva. Poi divenne amicizia fino io a diventare la sua spalla in momenti di crisi, e la sua fu di natura amorosa avendo la tendenza a puntare troppo in alto per la sua bellezza, e non per superficialità, semplicemente desiderava un uomo di valore e che la intrigasse. Lei auspicava per me un grande futuro di cristiana evoluta malgrado la chiusura che rivelerà in seguito. Mi parlava di Jaques Maritain, e il suo ideale di donna illuminata colta e credente allora fu Raissa, poetessa e mistica, moglie di Jaques. Lui filosofo che difende una concezione della filosofia in quanto regina delle scienze in contrasto con la imperante tendenza a considerarla un pò meno a metà del secolo scorso. Non ricordo molto, a parte la parola Umanesimo Integrale e la vicinanza della coppia storica alla democrazia cristiana francese. Il suo trasporto nei confronti dello scrittore e della moglie era forte, io lo percepivo; mi citava eneddoti della loro biografia, come la morte di lei che avvenne per una infezione presa con l'acqua del secchio che la serva portava dal pozzo ogni mattina e dove il cane vi beveva o loro insaputa. Chissà se era vero poi, ma lei ne aveva un tale rammarico ogni volta che me lo raccontava da fare venire anche a me struggimento per quell'amore interrotto assurdamente. Il resto più interessante riguardo la ideologia non lo percepivo, ero piccola, lei come il suo padre spirituale buonanima insegnava lettere al Classico e avrebbe voluto renderci gioielli di ragazze nel nostro futuro per emergere dalla ignoranza delle nostre famiglie e del nostro ambiente provinciale. Molte altre furono più brave di me e oggi sono tutte insegnanti, tranquille nel loro matrimonio coi loro figli, e tutte hanno fatto la gavetta al nord, così come anche la signorina R che ci dovette lasciare per un periodo e che tornò molto più curata nel vestire dopo la permanenza a Treviso quando da tale punto di vista la nostra cittadina del sud allora era decisamente indietro. Mi fermo un attimo, ma dovrò ancora parlare delle cose fatte insieme, serie, che mi portarono per un certo periodo al paradiso dell'anima, prima che il suo delirio religioso avesse modo di manifestarsi, e la mia ibrida natura senza pace non avesse deciso di darmi il tormento. E' morta anzitempo, le devo molti bei ricordi. |
La signorina R sentiva la mancanza della sua guida spirituale, l'arciprete era morto nemmeno sessantenne, quindi nel pieno della sua maturità come guida. A lei avrà lasciato delle indicazioni mentre era malato, ho motivo di pensare; quindi, non a caso lei faceva un pò di strada per andare a trovare un altro anziano sacerdote dopo. Nel frattempo aveva scelto anche di portarsi dietro qualcuna di noi giovani ragazze. Io ero una di queste. Mi batte il cuore a pensarci, passavamo sempre un gran bel pomeriggio quando andavamo, con la sua macchina. Questo uomo minuto di statura, già ottantenne viveva nella casa che era stata dei suoi, insieme alla sorella che non si era mai sposata, che aveva trasformato in un centro di assistenza per i preti malati o troppo anziani della vicina diocesi. Tutto ciò che serviva, dai farmaci, al cibo, alle cure mediche proveniva dalle donazioni dei fedeli, alcuni dei quali godevano di buona ricchezza. Le suore servivano e altre persone volontarie, donne e uomini prestavano aiuto alla casa. Lui era di temperamento rassicurante, pratico, curioso. Amavo seguirlo mentre si muoveva, e parlando ci raccontava e ci informava del lavoro fatto nella giornata, dei progetti, oppure delle miracolose offerte proprio quando erano al limite e non sapevano come fare. Anche con poco riuscivano a mandare avanti la casa senza che in apparenza mancasse nulla. Era un uomo intelligente e di indole buona e lo vedevo come un santo. Raccontava che da giovane era fidanzato, ma la fede lo colse quando durante un terremoto il suo amico rimase vittima sotto i suoi occhi impotenti. Era sereno mentre raccontava la sua intensa vita e si sentiva molto il legame mai rotto con la sua famiglia, dopo tutto ritornato a casa propria, con le foto, i ricordi, il dipinto che ritraeva quello che era stato il suo amato volpino.
Ci ospitava nel salotto, non ricordo se azzurro, ma c'era quello con la carta da parati rossa come la stoffa dei divani abbinati, o quello giallo oro, così come era usanza nelle case dei benestanti alla sua epoca. Tutto parlava di antiche tradizioni, di buone tradizioni. Il suo lettino che si intravvedeva quando passavamo era perfettamente ordinato, con due cuscini sulla balza del lenzuolo a vista, e coi ricami dei migliori corredi, senza una grinza. Lo notavo perchè vivevo in mezzo al corredo per via del lavoro di mia madre e della nonna. Nella camera da pranzo vi era anche un telaio antico, un cimelio, con il quale sua madre e le sorelle un tempo avevano tessuto tutti i lini, numerosi , di cui ancora erano piene le cassapanche. Per dire che è rimasta dentro di me quella idea di abbondanza, di generosità, che io amavo e ricercavo fin da piccola. Ci offrivano un caffè o il the, mentre le suore laboriose e felici di esserlo in quel posto, già in cucina, preparavano la cena alla quale saremmo state invitate di sicuro. Ma prima, quelle due o tre ore saremmo state in conversazione spirituale con lui. Andava avanti la signorina, a seguire noi giovanissime. Aspettavamo parlando con le monache, aiutandole a tagliare il pane raffermo che un paio di panifici portavano, e tutto quello che rimaneva invenduto. Lo si metteva in forno ed era leggero e croccante, un pane diverso da quello a cui ero abituata. Aiutavamo a riempire i vassoi col cibo per gli allettati che venivano infatti serviti e imboccati. Lei, la nostra presidente, si tratteneva a lungo e pur nel calore di quell'ambiente c'era molto silenzio, di là parlavano a voce bassa col sacerdote. Al mio turno entravo timida ma fiduciosa perchè non mi aspettavo turbamento, poichè era semplice e leggero quell' interloquire , di cose spirituali quanto bastava per infondermi l'idea che la vita non fosse solo ciò che appariva ai miei sensi. Non ho ricordi particolari, stavo bene, non mi pesava, dovevo dire qualcosa di me, e ascoltare qualcosa da lui, consigli, parole del vangelo, o semplici parabole. Nulla di complicato, una piccola preghiera e mi congedava. Poi la cena, un momento troppo bello davvero. Si apprezzava la maestria delle cuoche col l'abito bianco, si conversava tutto il tempo e si era anche allegri. A volte trovavamo lì, in visita, un sacerdote, sui trent'anni molto alla mano e molto simpatico che non mi aspetto sarebbe diventato venti anni dopo il vescovo. Mi piaceva molto il suo modo leggero di essere prete, nessun atteggiamento innaturale o serioso, era tranquillo e sentivo in lui più l'adolescente che il ministro della Chiesa. Non a caso era di casa lì direi a ripensarlo oggi. Certi ricordi mi potrebbero far dire che quella era un posto dove forse Dio si manifestava con lo spirito dei fanciulli. Quel vescovo, autore di un bel libro di poesie proprio quest'anno si è ritirano, settantenne, e guarda caso è stato festeggiato con il concerto in cui Tea ha cantato da solista accompagnata dal suo compagno. Lei non lo conobbe giovane, ma mi è sembrata una bella cosa questo loro incontro di oggi. Io non mi sono potuta nemmeno avvicinare quella sera, e avrei voluto davvero salutarlo, ma gli ho mandato a dire con lei che mi ricordavo come cosa bella del passato quel posto chiamato proprio Oasi dove tante volte mi ero trovata a cenare nello stesso tavolo con lui molto giovane. La bellezza credo sia stata una delle cose di cui incessantemente ho cercato di circondarmi e di riempirmi. In seguito ne troverò a non finire negli animali a quattro zampe. Perfino i topolini mi piacevano e presto sposterò su di loro quasi per intero la mia fonte di gratificazione quando il paradiso fatto di tutto ciò che ho raccontato finora si esaurirà sia in modo naturale che non. Prima che signorina R diventasse signora capitò che andammo anche molto più lontano per andare a trovare un altro prete speciale per altri versi , che per primo sensibilizzò la sua comunità di affezionati fedeli alla cura verso gli extra comunitari e i drogati, e lei ne ammirava la grande capacità di smuovere e coinvolgere all'azione fuori dal consueto, gente di un paese tra i meno emancipati da noi. Ci andavamo il fine settimana e venivamo ospitati anche lì nella casa dei genitori, viventi però. Forse era un pò innamorata, ma credo che non ci fosse nulla di male. I sentimenti infondo smuovono i mari e i monti. So solamente che scorrevano cose buone nei nostri animi in quei momenti pieni ricchi di esperienze, e lei mi amava perchè la seguivo anche quando non ero sempre daccordo con le sue rigidità. La nostra amicizia si rinsaldò nel tempo con i dieci anni che ci separavano perchè anche io come lei provavo passione per le cose che facevo ed ero pronta alla avventura fatta ovviamente di cose per lei lecite. Il legame, l'amore che si è provato per qualcuno che è stato vero in quel momento non potrà mai cancellarsi. Spero legga dal cielo, se esiste ancora qualcosa lassù di ciò in cui lei credette tanto, e possa sentire che è sempre vivo in me il ricordo di certe sue gentilezze. La rivedo mentre tornava indietro un attimo se aveva dimenticato di spruzzarsi nella camicetta un pò di profumo e mi stupiva e mi faceva sorridere, e quando l'estate che che fummo in vacanza e avevo troppo caldo per via del pancione, lei per farmi addormentare mi soffiava col suo ventaglio senza stancarsi, e la ringrazio ancora e spero mi perdoni se sono diventata nel tempo tanto indifferente pur di non dare spiegazioni sul perchè non sentivo più fede. Mi concederò dal paradiso della mia dorata fanciullezza e in parte della mia movimentata adolescenza. La contaminazione auspicata credo sia avvenuta, lo vedo dai miei sogni, molto meno stressanti, anche se di giorno sto avvertendo maggiore voragine esistenziale. Spero sia fisiologico, come ha suggerito un amico, che spero vorrà dirmi altre cose, la coperta corta, che ho inteso come un inconscio che ora non vuol più coprire cose che prima doveva presentarmi in modo analogico e criptato. Così oggi la mia coscienza potrebbe aver l'onere di dovere guardare da sveglia il vuoto che finora mi ha divorato solo nel sogno. Notte serena, grazie |
L'uomo nero
E' poco ciò che ho scritto su quelle esperienze. E così come il parlare del mare mi ha lasciato il bagliore e l'azzurro per giorni davanti agli occhi, ora sento ancora quel raccoglimento al quale mi inducevano quegli incontri. Ce ne saranno poi ancora per alcuni anni, e mi videro più matura, ma forse anche più bisognosa. Man mano che si conosce la vita non sempre ci si rafforza, a volte ci si deve piegare di fronte agli eventi, e succede che il tempo che ci vuole per rimettersi in piedi non è prevedibile e nemmeno breve.
Ci sarebbero ancora scorte riguardo ai tempi della casa del paradiso, ma ho perso un pò il contatto e vado oltre. Ho già detto che la abitammo per tre anni, esattamente il tempo che richiese la costruzione della casa nuova, che i nostri genitori riuscirono a fare oltre le aspettative perchè il momento economico era ottimo per tutti coloro che bastava avessero voglia di portarsi avanti. Andavamo a visitarla, ci piaceva, ci giocavamo già coi mattoni non usati: facevamo la casa dentro la casa, come sempre dirigevo i lavori ovviamente e non ero più nemmeno tanto piccola. Ma la solita passione mi prendeva in modo totale. In un primo momento i miei avevano pensato ad un appartamento, che era di moda, e ne costruivano di continuo, tutti uguali, nella zona nuova non troppo lontano da dove abitavamo in centro, e a noi figli piaceva pure tanto l'idea della casa moderna. Avevano i termosifoni, gli ascensori, gli infissi più coi vetri interi che brillavano di più. Ma mia madre era ambiziosa, e lavorando con successo anche lei, incoraggiò mio padre a puntare alla casa singola. Il terreno era in periferia e sarebbero cambiate molte cose. Non solo svantaggi comunque se non fosse che ognuno di noi perse qualcosa per strada metaforicamente o quanto meno si ritrovò con la vita più complicata così come in tutte le periferie accade. Quando la casa fu finita diciamo che eravamo già preparati a quel trasferimento, avevamo già preso confidenza con quel posto, e parlo per me, che sentivo un certo fermento. Era pur sempre una grossa novità con tutto nuovo più bello e spazioso. Ma accadde qualcosa che oscurò tutto il piacere di quell'evento e mi pesa anche raccontarlo. La sera prima del trasloco venne a trovarci un amico di famiglia, lo ammiravo, ed ero contenta che ci fosse; aspettava che rientrassero i miei. Ci avrebbe aiutati per il trasloco immagino, mi fece dei complimenti e li presi volentieri. Mi sentivo bene quel pomeriggio , avevo auto voglia di sistemarmi. Ero da sola. Forse avrà frainteso il mio gradire la sua presenza, si avvicinò a me ignara e si scordò chi ero. Poco piu di una ragazzina e meno di una adulta, e persona affezionata a lui fin da quando ero piccola. Si impose vicino prendendomi il viso con la mano mentre con l'altra cercò di toccarmi, non fu breve e la mia resistenza durò il tempo che si decidesse a desistere. Forse aveva avuto solo un attimo di debolezza, non fu aggressivo. Rimasi pietrificata, dolorante nel cuore, incredula, l'imbarazzo mi rendeva insostenibile in quel momento la sua presenza, andò via subito e la mia pace crollava del tutto, e nemmeno dopo sarebbe tornata. La cosa che mi faceva un male insopportabile era sapere che lo avrei rivisto, magari l'indomani. Come avrei fatto a guardarlo, dirlo a mia madre significava rompere una pace, avevo paura delle conseguenze, non ero cosi forte da credere di poter reggere il putiferio. Non era stato violento, in qualche modo mi addossavo la colpa. Continuò a frequentare la nostra casa come prima, i miei lo cercavano, lo invitavano e chiedevano a me di essere gentile, di offrire questo, e quello. Lo odiavo e lo tenevo a distanza con la mia sottostante freddezza, e tenni sempre a bada le mie sorelle; mi preoccupavo che non restassero mai sole con lui. Tante volte pensai al modo come andare via dalla casa nuova, il mio problema si era solo aggiunto al logorio dei litigi tra mia madre e mio padre che tiravano fuori inediti i lati oscuri del loro carattere. Due titani in lotta per la supremazia, cosa che prima non si era vista in fondo; non avendo mia madre consapevolezza delle proprie capacità, passava per ragazza giovane con la terza elementare, orfana di padre, educata in parte dalle suore, intenta a pensare a se stessa. Mai sottovalutare le persone che non sono mai state messe nelle condizioni di mostrare le proprie potenzialità... Io non potei mai realizzare la mia fuga. Divenni ipersensibile e il mio apparato digerente iniziò a non funzionare piu; una cosa grave. In casa si cercava di accontentarci nelle cose materiali, mio padre chiedeva sempre a me cosa desideravo mangiare o comprare. Ancora non c'erano compagnie maschili, e con noi era benevolo, a parte l'accanimento contro nostra madre restia a restare un passo indietro rispetto a lui. Lasciai la casa con l'eden che fino al giorno prima non aveva ricevuto alcuna retata dal male degli uomini, anche se la mallattia della nonna non era stata cosa da poco, senza piu un pezzo di me, scombinata e sconfitta, separata dalla mia stessa vitalità. Un pezzo di me rimase lì. Mente l'uomo mi offendeva con le sue intenzioni, mi irrigidii, mi chiusi per istinto, e ho avuto la visione di come la giovane leonessa in quei momenti uscì da dentro di me, e si mise fuori, sempre attaccata alla mia anima; poi, dietro le mie spalle. Ci eravamo separate, lei era stata la causa prematuramente di quella attrazione , ora era un 'altra parte di me che doveva muoversi, avevo perso al mia esuberanza in un lunghissimo minuto. I mici che ho perso sono coloro che vennero a sostenermi quando la mia leonessa era chiusa per sempre. Prima avevo un atteggiamento diverso nei confronti degli animali. Se ne moriva uno non piangevo, era naturale per me. Ero distaccata come natura vuole anche se non facevo loro del male. Ripenso prima, che un giorno mio padre per sbaglio tirò una pietra ad una delle galline che non voleva rientrare nel pollaio, la colpi in testa e morì all'istante. Mi ricordo che non ci feci troppo caso, dissi poverina e poi non ci pensai piu. Ora era diverso, ogni animale che moriva era un dolore acuto, una tragedia. Soffrivo in modo anormale. Le corde della mia sensibilità erano tese all'inverosimile. Per fortuna che ebbi le mie sorelle, e ancora l'anziana nonna sebbene la vedevamo di meno. Tanti animaletti furono la fetta di paradiso nell'inferno. Il mio cuore reggeva per ciò che scambiavo con loro e le mie inseparabili sorelle. Tigre e leonessa da un lato, mici, quando esse furono nascoste e chiuse, dall'altro. Anche la scomparsa, poi man mano, di tutti quegli esseri meravigliosi ebbe come ritorno una sofferenza che non conoscevo, e quindi ora dopo tanti anni,nei miei sogni, sono chiusi nelle stanze, nelle gabbie. Ecco perchè tante volte hanno chiesto nei sogni di rivivere, non si sono mai incontrati, nemmeno so come integrare tutte queste parti di me. Da adulta tanti anni dopo affrontai il male quella triste scena con l'uomo nero, e oggi sembrerebbe solo un ricordo, credo veramente non sia di più. C'è emozione più nel ripensare agli esserini che non potei trattenere per sempre. Ho compreso che il più delle volte le persone non sono colpevoli per le loro debolezze. Certo proprio le debolezze di alcuni fanno male ad altri, mentre altre volte solo a chi ne è affetto come sarebbe giusto che fosse, ma la giustizia non c'entra in questo caso, non è sempre dove dovrebbe essere. |
Nella casa nuova, in campagna, senza la nonna, e col peso dell'uomo nero, il paradiso era crollato del tutto.
Di uomini neri e di donne voraci ce ne saranno sempre. Di queste cose la cronaca ce ne racconta di estreme. Forse oggi sono più disposti a parlare e meno ingenui i ragazzi, forse, non so su cosa basarmi. Ma resta sempre una ferita sanguinante quella delle attenzioni illegittime verso i minori. Riguardo alla mia esperienza chissà perchè poi ci feci così tanto caso, forse la natura non vuol essere disturbata anzi tempo, e c'è che altri segni di repulsione mi erano già arrivati durante la mia piccola vita da altri adulti, uomini neri, dal comportamento incontrollato. Piccoli sgarbi, non ben percepiti, ma che lo stesso erano fastidi. La vicina si passava lo sfizio scherzando di controllare con le mani se il mio petto era ancora di bambina e mi costringeva ed evitarla o a sfuggirle. Piccole cose, piccoli delitti. Proprio il non potere dire a nessuno ha ingigantito la cosa dentro di me fino a diventare disturbo della personalità il dovere dissimulare. Covare odio e dispezzo per una persona considerata affidabile dalla propria famiglia non va d'accordo col paradiso, che si accartocciò su se stesso, e ci volle tempo perchè potessi continuare a godermi brevi ancora intensi momenti di vero benessere, che ora doveva più di prima essere nascosto ai grandi. Si perchè nel frattempo la cultura del sacrificio era diventato delirio di entrambi i nostri genitori. Io percepivo questo e a questa aspettativa mi andavo adattando. Mamy fece il resto col suo programma a modo suo ambizioso di riscatto sociale e puntò sulla figlia maggiore, cioè su di me, per quanto riguardava suoi ideali di castità e di obbedienza. Atteggiamento disgustoso di pretesa, ma ebbero anche meno attenzione personali da mamy con la scusa che erano meno in gamba perchè più piccole. Non so in quale dei due casi sarebbe stato meglio capitare, ma gli eccessi di genitori posseduti dal demonio non vanno bene mai. Nostro padre sempre in lotta per la supremazia con mia madre, verso noi figli fu meno paterno, ma più che altro verso il nostro diventare autonomi nelle idee e nelle scelte di vita. Ho già detto che la nostra fortuna nella sfortuna, furono le tante ore che loro due passavano a lavorare. E comunque erano discreti i periodi buon accordo che amavano festeggiare con pranzi, spumanti e dolciumi vari, e di sorprese piacevoli per la casa. Insomma di tanto in tanto scorreva anche per noi vita apparentemente normale. Riguardo all'uomo nero desidero lasciare perdere il ricordo, che dopo tanto tempo mi irrita solo superficialmente, ed evito che possa ancora rubarmi anche solo briciole del mio tempo. Del resto ho scritto certe cose perchè credo che sia proprio nel confronto che i momenti belli vissuti furono conservati nella mia mente come il paradiso, dove la frase paradiso perduto trova senso. Proprio un contrasto stridente che dà l'idea in certi casi di quanto buone siano certe cose a paragone di altre. |
Errata corrige, manca un rigo
Citazione:
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Ho scritto ancora, pescando in ricordi successivi alla casa dei giochi e dell'uomo nero, quando pensavo di avere esaurito la materia prima: momenti felici e di libertà. Non è così, ho trovato molto altro con sorpresa, e cose che ho vissuto con nuova consapevolezza della vita, che non sono più pezzi di vita spensierata tra un dovere e l'altro, ma momenti vissuti come fossero rifugio e tregua da uno scenario interiore mutato e contratto come era nuovo e difficile quello della famiglia riunita e più isolata , nella casa nuova in piena campagna anche se non troppo lontana dal centro cittadino in cui avevo ancora degli interessi e la scuola. In ogni caso fu vita più ritirata e sempre di più cercammo il contato con la natura, con la terra.
Desidero non postare però, magari di rimandare, e non perchè non abbia voglia di condividere, c'è che i fatti disastrosi che si stanno consumando altrove, ma ora anche quelli che ci coinvolgono da vicino, mi fanno sentire un pò inadeguata in rapporto al titolo del thread. Forse perchè quando succedono certe cose gravi che coinvolgono popoli interi, pezzi di mondo intero, dove altro che paradiso terrestre si perde in un momento, si ha la percezione che anche ciò che non ci appare sufficiente della nostra vita, improvvisamente è ciò che ci auguriamo di poterci godere ancora a lungo e si sente il bisogno di stare concentrati sul presente, tra i turbamenti e ciò che abbiamo da vivere comunque. Grazie per intanto cari lettori, è stato bello immaginare ma anche avere prova che ci siete; mi è servito insieme al bisogno e al piacere di scrivere. Notte |
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